Copertina di Michelangelo Cavallini
Editoriale
Tra il cemento bollente che trasuda smog, il rumore dei motori accesi e quello dei clacson, troviamo la più grande concentrazione di vita.
La città è il centro della cultura, degli affari, il luogo in cui si stagliano mille possibilità. Così tante che non se ne vede la fine.
E quindi ci siamo chiesti che cosa siano davvero questi luoghi.
Grazie a questo numero abbiamo capito che la città non è la stessa cosa per tutti. Teramo o Perugia sono città tanto quanto Milano, nonostante la grande differenza di popolazione e di movimento.
Abbiamo visto come le città si formino a partire dalle esigenze dei loro abitanti. Lo abbiamo fatto attraverso Marchetti, che ha osservato come, nel corso della storia, la dimensione degli agglomerati urbani sia stata legata alla velocità degli spostamenti: con l’introduzione di mezzi sempre più veloci, la città ha potuto espandersi insieme alla velocità dei suoi abitanti.
Oppure attraverso il progetto di Villa Victoria, a Boston, dove gli abitanti portoricani si organizzarono per opporsi allo sgombero e per costruire un nuovo quartiere: case adatte alle famiglie, luoghi comuni, strade sicure, ma anche piazze, architetture ed eventi capaci di mantenere viva la cultura di origine.
Ci siamo chiesti da quando l’uomo abbia iniziato a cercare di identificarsi attraverso il luogo in cui vive, cercando quindi di mapparlo e di dargli una forma concreta.
Abbiamo visto come la distanza dalla città rappresenti, di pari passo, una distanza dalla cultura: l’impossibilità, quindi, di accedere facilmente a biblioteche e musei.
Abbiamo visto come la città non sia soltanto il centro storico e abbiamo parlato delle città ai margini di Celati, che si confondono con la campagna, tra tangenziali, cantieri e ferrovie.
Infine, abbiamo parlato dei cimiteri. Vere e proprie città silenziose, dove ritroviamo viali, ingressi e gerarchie che fanno da specchio alle città vive e rumorose.