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#società #sociologia #attualità

Il paradosso della pelle di leopardo

di Giacomo Piras

“Bologna è al cinquanta per cento uno splendido villaggio, e al cinquanta per cento una metropoli come Chicago. Se il paradosso fosse vero, avremmo già le condizioni per uno stato nevrotico”, Umberto Eco.

All’inizio degli anni ’60, nei pressi della città turca di Catalhöyük, viene rinvenuta una pittura rupestre piuttosto particolare. Il disegno raffigura una serie di piccoli rettangoli scuri uno accanto all’altro, al cui interno si trovano altri spazi e cerchi bianchi. Sopra questa serie di forme geometriche, c’è un’altra sagoma, più grande e dalle linee più morbide. Gli archeologi e studiosi che negli anni hanno provato a interpretarla sono giunti ad una spiegazione affascinante e suggestiva: una mappa. Le figure geometriche sarebbero infatti le case e gli edifici della città in cui la pittura è stata rinvenuta, con alle spalle il monte che la sovrastava. Una mappa di una città, quindi, o quantomeno una rappresentazione del luogo a cui l’artista o gli artisti che hanno realizzato la pittura sentivano di appartenere.

È uno dei primi esempi di autorappresentazione urbana di cui si abbia traccia. Ma sempre che di una mappa si tratti. In effetti, in un articolo del 2006 l’archeologa Stephanie Meece ha messo in dubbio questa interpretazione, sostenendo invece che la pittura rappresenterebbe un leopardo e la sua pelliccia. E non è l’unica. Negli ultimi anni la tesi della “mappa di Catalhöyük” è stata messa in dubbio da sempre più studiosi, e ad oggi la questione è tutt’altro che chiusa. Eppure, l’idea che in quelle forme si nasconda una città rimane affascinante. Del resto l’essere umano ha sempre percepito la necessità di autorappresentarsi, e le pitture rupestri sono una prima risposta a questo ancestrale bisogno. E di rappresentare non solo se stessi, ma le proprie azioni, le proprie prede. E perché no, anche i propri spazi?

La rappresentazione di qualcosa è il segnale inequivocabile della presa di coscienza della sua esistenza. Chi dipinse la città di Catalhöyük – se vogliamo sospendere per un attimo il nostro spirito critico e sostenere questa tesi – aveva in mente che quelle abitazioni, sistemate una accanto all’altra in quel luogo, non erano più una semplice serie di piccole abitazioni separate, ma qualcosa di più: un insieme unico e omogeneo che poteva e doveva essere pensato e rappresentato come un tutt’uno: una città, quindi.

Eppure, quante abitazioni poteva avere Catalhöyük? Qualche dozzina, forse qualche centinaio. E quanti abitanti, invece? Qualche migliaio, diecimila al massimo. Pochi, o tanti? Abbastanza? Ecco quindi che si giunge alla domanda fondamentale: quanti abitanti servono per fare una città? Nella preistoria bastavano poche centinaia, forse poche migliaia di abitanti. Oggi, dipende: in Sardegna una città di dieci o ventimila abitanti, con un discreto numero di servizi, basta affinché la si possa pensare come una città. In grandi paesi popolosi come India e Cina, dove la scala è diversa, questo non è possibile.

David Harvey, geografo britannico, sostiene che esistano tre modi di concettualizzare lo spazio: lo spazio assoluto, quello reale e fisso, quantitativo e misurabile; lo spazio relativo, quello cioè che cambia a seconda di chi osserva cosa e di come lo fa; e infine c’è lo spazio relazionale, una lente che ribalta completamente la prospettiva: non sono le azioni e le relazioni ad avvenire “dentro” i luoghi, ma sono le azioni e le relazioni umane che li creano. 

Attraverso questa nuova prospettiva, una città non è più solo un mero insieme di numeri che, se abbastanza alti, bastano a chiamarla tale. Certo, la dimensione non può essere trascurata — e nemmeno i servizi: tribunale, ospedale, negozi. Ma soprattutto è una questione di percezione e di autorappresentazione. 

Tra la fine di agosto e i primi di settembre ho trascorso alcuni giorni a Teramo, in Abruzzo. Teramo si trova a metà strada tra le spiagge dell’Adriatico e quel gigante di roccia che è il Gran Sasso, che domina su tutte le colline dalle sue pendici fino al mare. Secondo gli ultimi dati, Teramo conta poco più di 50.000 abitanti. Tanti, in confronto ai piccoli paesi della Sardegna che stanno scomparendo a vista d’occhio. Ed in effetti, camminando per le strade del centro di Teramo alla sera, si respira aria di città: le luci, i negozi, le grandi vie ariose, le larghe piazze affollate di bar e di persone. Non si può percorrere quelle strade senza avere la percezione di essere dentro una città, e senza avere l’impressione che anche le persone attorno a te percepiscano la stessa cosa, più o meno consapevolmente.

Eppure 50.000 abitanti sono allo stesso tempo pochissimi. Si pensi, ad esempio, al Regent International Apartment Complex, un condominio nella città di Hangzhou, in Cina, che ospita al suo interno circa 20.000 persone. Oppure alle decine di metropoli dell’Asia che contano ciascuna milioni di abitanti. Ed è qua che subito torna utile la prospettiva relazionale di Harvey: le città sono rese tali dalle persone che le vivono in quanto città, dai marciapiedi percorsi quotidianamente, dai locali frequentati la sera e il giorno, ma soprattutto dalla rappresentazione che chi vive questi luoghi fa a sé stesso e agli altri. 

In ogni caso, la classificazione tra città e paese ci serve. Ci serve per dare ordine mentale alle nostre idee. Per dire a noi stessi, così come alle altre persone, da dove proveniamo: vieni da una città? da un paese? oppure da quella strana zona liminale dall’affascinante nome internazionale, l’interland? E addirittura la nostra risposta potrebbe cambiare: la nostra città potrebbe all’improvviso diventare un paese, o viceversa, a seconda della provenienza più o meno urbana di chi abbiamo davanti. Ma non è solo una questione di autopercezione e rappresentazione. La dimensione del proprio centro abitato può avere conseguenze anche molto più concrete. E durante la pandemia da Covid 19, per esempio, era determinante: solo chi abitava in centri con meno di 5.000 abitanti era autorizzato ad uscire fuori dal proprio comune. E qui si torna al punto di partenza. 5.000 abitanti. Molti, o pochi? Abbastanza?

Forse la verità è che una città di qualcuno potrà sempre essere il paese di qualcun altro, dipende dalla prospettiva. Così, nella mappa dell’antica città di Catalhöyük, alcuni ci potranno vedere un piccolo villaggio, altri una grande metropoli, e altri ancora persino una pelle di leopardo.

Per le fonti: CLICCA QUI

Inetto  |   inetto.rivista@gmail.com

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