Search this site
Embedded Files
Inetto
  • Home
  • Editoriale
  • Numeri
    • Cemento vivo
    • Voci negate
    • Distopie contemporanee
  • Articoli
    • Articoli divisi per numero
    • Articoli divisi per argomento
    • Articoli divisi per autore
  • Autori
  • Contatti
  • Fonti
Inetto
  • Home
  • Editoriale
  • Numeri
    • Cemento vivo
    • Voci negate
    • Distopie contemporanee
  • Articoli
    • Articoli divisi per numero
    • Articoli divisi per argomento
    • Articoli divisi per autore
  • Autori
  • Contatti
  • Fonti
  • More
    • Home
    • Editoriale
    • Numeri
      • Cemento vivo
      • Voci negate
      • Distopie contemporanee
    • Articoli
      • Articoli divisi per numero
      • Articoli divisi per argomento
      • Articoli divisi per autore
    • Autori
    • Contatti
    • Fonti

#sociologia #società

Villa Victoria: abbandono, partecipazione, abbandono

di Alessia Marramà

Nella città di Boston, negli Stati Uniti, durante la prima metà dell’800, tra lo smog e il capitalismo è iniziato un viaggio, la cui destinazione era Villa Victoria.

Il grande processo di industrializzazione aveva reso necessaria la creazione di “nuovi luoghi” come risposta alla grande crescita della popolazione povera e immigrata in città. Ciò fu reso possibile grazie a grandi bonifiche e a dei progetti di pianificazione urbana. Uno di questi “luoghi creati dal nulla” è il quartiere del South End, nato, secondo la progettazione iniziale, per accogliere le famiglie bostoniane appartenenti alla middle class, ma che nei fatti ha finito per diventare un quartiere di persone immigrate portoricane. 

Il South End degli anni ’50 del Novecento era considerato un’ottima meta per coloro che cercavano un buon lavoro e un buon alloggio economico, ma il basso costo della vita finì presto per attrarre criminalità e degrado, determinando il declino del quartiere, che divenne il più povero di Boston. Le istituzioni intervennero nuovamente con un progetto di riqualificazione urbana (gentrificazione), che consisteva nello spostamento di centinaia e centinaia di famiglie.

Sul finire degli anni ’60 l’insoddisfazione della popolazione residente nel South End si radicalizzò, in particolar modo tra i residenti portoricani della Parcela 19, i quali si organizzarono in un gruppo, l’Emergency Tenants’ Council (ETC). L’ETC riuscì a farsi riconoscere dalle istituzioni, a far valere le proprie pretese e ad attuare un piano di “riqualificazione” pensato e organizzato dal basso, che rispecchiasse la vera comunità che abitava quel luogo, che prese il nome di Villa Victoria (Villaggio della Vittoria). Primo punto di questa nuova riqualificazione era di ricreare un ambiente che ricordasse le piazze, le strade, l’architettura, gli eventi di Porto Rico. Un altro punto fondamentale riguardava gli spazi: era necessario rendere il quartiere “giusto” per i propri abitanti, con case adatte a famiglie numerose, luoghi comuni dove potersi incontrare, strade sicure per i bambini.

Il miglioramento della qualità della vita fu immediato, e questo fu percepito dagli abitanti e dalle abitanti del quartiere come un risultato di gruppo, collettivo. Si innescò un processo che portò all’incremento esponenziale della partecipazione dell’intera comunità. Venne fondata un’organizzazione per la fornitura dei servizi alla comunità, l’Inquilinos Boricuas en Acciòn (IBA), volta alla promozione del benessere sociale, economico ed umano, intesa anche come protezione del gruppo dei latinos per quanto riguarda la loro identità culturale, sociale e artistica. 

Nel 1973 venne organizzata la prima edizione del Betances Festival, un evento culturale che ancora oggi riunisce migliaia di persone a Plaza Betances. Durante il festival si svolgono parate, mostre, concerti di artisti emergenti locali e star internazionali, con l’obiettivo di emancipare la storia portoricana non come parte subordinata dell’egemone storia statunitense, ma come parte attiva nel plasmare una storia comune.

Dalla metà degli anni ’80 i servizi e le attività organizzate dall’IBA iniziarono progressivamente a calare, di pari passo con il calo della partecipazione cittadina. Questa minore attitudine al coinvolgimento e all’attivismo della comunità non è da ricondurre esclusivamente ad una questione di interesse, ma soprattutto al diverso tipo di esperienza storica vissuta dalla prima e dalla seconda coorte (cioè gruppi di persone che hanno vissuto lo stesso periodo storico e le stesse circostanze, e non di generazioni, poiché si parla anche di nuovi abitanti). 

In questo meccanismo entra in gioco il concetto di frame: gli individui interpretano e agiscono non necessariamente in modo razionale, ma spesso sono influenzati dalla narrazione che hanno già in mente. Gli attivisti della prima coorte non erano spinti da dei “valori giusti”, tanto che nella maggior parte dei casi non svolgevano attività simili al di fuori di Villa Victoria, ma, per il frame in cui si inserivano, erano particolarmente coinvolti nelle questioni riguardanti il quartiere: nati in piccole comunità rurali e povere del Porto Rico e migrati a Boston per lavorare, dopo aver sperimentato la paura del trasferimento, hanno sentito la necessità di attivarsi in prima persona. Questo li ha portati ad ottenere grandi miglioramenti delle loro condizioni di vita: hanno visto con i propri occhi il risultato dei loro sforzi, hanno visto il passaggio del quartiere dall’essere l’anonimo Parcela 19 al diventare il gioioso Villa Victoria. Alle seconde coorti, che non hanno vissuto questa esperienza, è mancata la trasmissione da parte della prima coorte, facendo sì che la loro percezione di Villa Victoria fosse diversa per le proprie vite. Se la prima coorte sentiva ancora la responsabilità di sostenere la comunità per cui ha tanto lottato, la seconda coorte dava invece più peso ai lati negativi ancora visibili nel quartiere.

Questo quartiere ha cambiato pelle più volte: prima per imposizione dall’alto, poi, finalmente è sbocciato, grazie a delle scelte dal basso, perché i luoghi sono di chi li vive tutti i giorni. Tuttavia, la partecipazione comunitaria, per non perdere la sua spinta e la sua forza, ha bisogno di un lavoro quotidiano dietro, e della trasmissione dei valori che l’hanno fatta nascere.

Per le fonti: CLICCA QUI

Inetto  |   inetto.rivista@gmail.com

Google Sites
Report abuse
Page details
Page updated
Google Sites
Report abuse