Appunti per uno scritto sulla città
Come dice il titolo, questi che seguono sono appunti, più o meno rielaborati, che rispondono al tema di questo numero, la città. Ma leggendo credo che sorgerà la domanda: stai parlando davvero di una città? Ma, in fondo, replico io, qualcuno stabilisce cosa sia una città? Dov’è che inizia e finisce, quali i suoi margini, i suoi abitanti? Non ho risposte, né voglio elencare teorie socio-urbanistiche; semplicemente ogni tanto vado a mettermi lì, nei margini, dove le cose che diamo per scontate tornano ad esser messe in questione. A patto, però, che le si guardi davvero.
A guidarmi (nessuno va da solo anche quando così sembra) sono stati, fra tutti, due indagatori dei margini come Gianni Celati e Vitaliano Trevisan, col loro flusso di passi e parole. I loro «racconti d’osservazione» mi hanno fatto aprire gli occhi su certe cose che non vengono osservate, scartate dallo schema imperante dello sguardo moderno che cerca sempre il sensazionalismo. Se invece lasciamo da parte le nostre presupposizioni, ritroviamo il mondo esterno, e con esso un modo di viverci. Ritroviamo la capacità della parola di descrivere, di narrare. Di superare gli schemi precostituiti.
Non dico di aver trovato tutto ciò, ma è da qui che muovo i miei passi.
Febbraio 2024
Sono arrivato qui camminando dal quartiere di san Donato, ci vengo ogni tanto a camminare perché è un posto dove si vede qualche campo, e gli occhi possono un po’ riposare dalla vista delle solite cose che si stagliano come parvenze lungo i percorsi quotidiani; anche se presto, dopo che attraversi il sottopasso della ferrovia periferica, ti viene un senso di mestizia, camminando per una stradina di breccia che divide un campo da una schiera di villette inaccessibili allo sguardo, barricate da alte siepi. Tutte le volte che sono venuto qui, ho visto soltanto il piccolo barboncino bianco che vive entro la recinzione di una di queste villette, un paio di volte anche uno o due degli abitanti. E i campi mai coltivati. Già qui sento un’estraneità rispetto ai paesaggi dei limiti urbani nella mia infanzia e adolescenza: lì una campagna molto a ridosso della cittadina, una ruralità popolata fin sulle montagne, vecchiette sulle sedie di legno, capre che oltrepassano i fossi, slarghi d’asfalto con bambini a giocare a pallone, camion che vanno e vengono dagli altipiani d’Abruzzo, cani vagabondi. Qui invece sento una certa desolazione. Ecco, mi torna a mente quello che diceva Celati, esploratore di desolazioni come questa, un «nuovo genere di campagne dove si respira un’aria di solitudine urbana». Per ora, solo la mestizia dei campi. Mi giro e oltre l’umido campo, la linea rialzata della ferrovia, ritmo di cavi e di pali; dietro, palazzi in mattone, costruiti in stile operaio britannico; più giù le torri della Fiera, evanescenti nell’atmosfera ovattata di questo pomeriggio d’inverno.
Camminando in silenzio per il sentiero fangoso che taglia i campi, mi fermo un momento a osservare, dritto a me, il viavai di auto e camion sulla tangenziale. È questa la linea dell’orizzonte che pone fine all’isola di residua campagna: campagna invasa dalle strade a scorrimento veloce che vi si insinuano a tagliarla, perforandola con piloni di cemento armato, maglie metalliche nel terreno, colate d’asfalto su cui le «gigantesche masse» d’acciaio delle macchine «vengono lanciate a spaventose velocità», «con l’assurda convinzione che, simili masse, a simili velocità, possano davvero essere tenute sotto controllo». Il rombo dei motori crea un continuo rumore di fondo, il traffico oramai detta la normale esperienza percettiva di questi spazi, da un punto di vista non più interno al luogo, ma da estranei, chiusi nell’abitacolo della macchina: così c’è solo la linea d’asfalto e i cartelli che ti servono per entrare in città o per uscirne, qualsiasi cosa ti scorre fuori dal finestrino. Scrive Celati, una mattina che cercava di andare verso il Po passando per strade secondarie, fuori Bologna:
“Noi non sappiamo più dove finiscono le città: quartieri e quartieri, sensi unici e semafori, rallentare e accelerare secondo il traffico; dove finisce una città non è più un limite territoriale, ma un cambiamento nei movimenti di guida, in attesa d’essere consegnati alle nostre destinazioni.”
Sono come in una zona di confine. Altri punti che delimitano lo sguardo: la torre dell’Unipol, che sembra quasi un razzo dal profilo appuntito, in attesa di decollare; un inverosimile palazzone rettangolare, che spunta oltre un quartiere di case e palazzine discrete; delle gru che si stagliano su di una zona cantierata, dove stanno costruendo altri grandi palazzi. Boscaglie d’incolto a formare linee d’orizzonte più prossime al suolo. Cavi della luce tirati dai tralicci, percorrono l’intero paesaggio.
Ma quello che oggi più mi colpisce è qualcosa che non avevo mai visto così chiaramente: lo smog. All’inizio ho pensato che fosse una strana nebbia ma, ricordandomi della tangenziale, ho capito che questa bruma pallida dev’essere proprio una coltre di smog, depositata sui campi, così spessa da velare il sole fino a rendere l’atmosfera un po’ irreale. La luce è di una sfumatura che non saprei bene indicare, come un opaco grigiazzurro rosato, ma guardando controsole verso le gru, lì il cielo è di un’atmosfera attonita: velature grigio-rosee attorno al sole che è un cerchio giallino nell’ovatta. Lo smog sembra levarsi dalla scura superficie della terra, e copre tutto il cielo, anche dove sembra non esserci, scopri un pallore di malato, che avvolge e stanca l’aria. Dev’essere questa la sorgente di mestizia che mi sta ricoprendo le ossa, e cammino sempre più malinconico, inizio a stancarmi di ciò che vedo. Solo il freddo mi fa camminare.
Nel campo costeggiato dalla strada e dalla tangenziale, in lontananza delle grosse cornacchie, beccano chine sul terreno nudo. Ma a guardar meglio mi accorgo che sono fagiani: tre o quattro dal piumaggio bruno che a fatica si distingue dal terreno, sono le femmine; il maschio lo riconosco per la sfumatura di smeraldo del capo e l’alone rosso attorno agli occhi, la coda più lunga. Da alcuni cespugli spuntano addirittura delle lepri, fanno brevi corse in campo aperto, poi tornano a nascondersi nelle barriere di fratte che separano i campi dalla tangenziale. Questi animali li trovi prima ancora di arrivare qui, sui terrapieni della ferrovia, folti di piante invasive come l’ailanto e la robinia. Anfratti e margini radurali, incolti, che per noi sono barriere, per loro sono diventati (o lo sono sempre stati) luoghi dove abitare, dove nascondersi – da quali predatori? Forse dall’occhio indiscreto dell’uomo.
Forme di vita che popolano questi spazi «indecisi», difficili da inquadrare e nominare. Sono stati definiti “corridoi ecologici”, perché mettono in collegamento ambienti non dico naturali (dovremmo rivedere la nostra idea di “natura”), ma in cui resiste un – precario – equilibrio biologico tra specie, non ancora o non troppo scosso dalla mano dell’uomo. Però chiamarli “corridoi” mi dà un’idea di luoghi di passaggio: sono di passaggio per noi, ma forse non per le piante e gli animali che vi dimorano. Gilles Clément, scrittore e giardiniere, ha invece questa idea del «Terzo paesaggio»: terzo perché fuoriesce dall’opposizione binaria tra spazi umani e naturali, tra costruito e non costruito. «Frammenti di paesaggio» apparentemente privi di funzione, situati ai margini delle città, delle aree industriali e rurali, che sono apparsi «per sottrazione dal territorio antropizzato». E mi sembra proprio così, sto attraversando un territorio nato per sottrazione: entità liminare che mi fa muovere tra cespugli di secche vedovelle e schiocchi di parrocchetti che a tratti scorrazzano in cielo.
È uno strano ecosistema ma è qualcosa di tacitamente vivo, sotto la scorza dell’inverno, che sta al mondo senza le nostre pretese, pretese di ordine di classificazione ecc ecc.
Boschetto – di umano c’è solo qualche rifiuto, e la traccia di un sentiero. Lo attraverso silenzioso e lento, auscultando lo spazio, se oltre a me ci sia qualcun altro. So che qualche lepre starà ben nascosta tra le fratte, non si leva rumore più forte dell’erba secca che scricchiola al mio passo. Mi fermo a tratti. Profilo scheletrico di tutte queste piante che mi circondano, sotto un cielo irreale. Profilo scheletrico del mondo.
Se continuo a camminare verso il quartiere, che si sviluppa lungo un’altra strada, i campi diventano un parco, con grandi pioppi, avvallamenti, cunette, campi da calcio, una scuola, fino alle case. Il limite tra i campi e il parco, però, è ormai da qualche anno diventato un cantiere: si lavora per un ampliamento della tangenziale, ma finora non c’è che un perimetro di transenne, bande rosse, fil di ferro: all’interno molti buchi del terreno (carotaggi? scavi per piloni?) e una folta vegetazione, sorta perché la superficie non è più calpestata. Materiali di riporto a tratti. Continuo rumore di fondo dell'autostrada.
Sono anni che è così e il passaggio sarebbe proibito - ma si può proibire alle persone di metter piede dove hanno sempre camminato? E infatti la rete è bucata, in più punti, i fili di ferro piegati, e il calpestio ha già riformato alcune tracce di sentieri, traiettorie diverse da quelle anteriori alla posatura delle transenne. Qui comunque a un certo punto viene l’idea di un limite non oltrepassabile: il terrapieno dell’autostrada con le barriere antirumore formano un muro, anche se di là c’è un sottopasso, anche se c’è il parco e il quartiere. Ancora prevaricamento delle macchine, ostilità di «strade fatte apposta per respingere chiunque voglia percorrerle a piedi», «inospitali per il camminatore».
«Del resto, pensavo ancora, come non pensare a qualcosa, quando questo qualcosa è sempre presente?». Barriera della vista e del cammino, barriera della visione.
Maggio 2026
Sono con un’amica, lei abita qui vicino, entro la linea della ferrovia, ma non è mai stata da queste parti. Andiamo con le nostre biciclette sulla strada brecciata, esploriamo una zona di casali in rovina, casupole e baracche con i numeri civici, difese da recinzioni di fortuna e siepi; nelle reti cartelli “PROPRIETÀ PRIVATA VIETATO L’ACCESSO”, “ATTENZIONE QUESTA AREA È DIFESA DA CANI DA GUARDIA AGGRESSIVI NON AVVICINARSI NON ENTRARE”, “VIETATO L’ACCESSO ALLE PERSONE NON AUTORIZZATE”. Arriviamo alla fine della strada, davanti a noi boscaglia e un’altra casa inaccessibile; dall’altra parte, sbuca dall’ammasso verde e ombroso di rovi e pseudoacacie un grande arco di ponte, vecchio intonaco sbrecciato, non si capisce perché stia qui. Sembra essere una diramazione ormai dismessa della ferrovia. Sotto l’arco vari rifiuti sparsi. Torniamo indietro un po’ intimoriti.
Si sentono gli strani versi dei fagiani. Ne vediamo uno che pastura tranquillo in un campo brullo, a pochi metri da noi. Lungo la strada alberi capitozzati, hanno tagliato tutti i rami e le sommità ora sembrano pugni rugosi che maledicono il cielo. Andiamo verso il sentiero che traversa i campi, ci sarebbe una sbarra a impedire il transito ma le persone passano lo stesso, tanto che a lato della sbarra è sorto un sentiero che la aggira. Passato questo smontiamo dalle bici. C’è un grande albero di gelso e raccogliamo parecchie more, che ci macchiano le mani. Più avanti un enorme cespuglio fiorito ricopre un altro edificio in rovina, forse era un tempo era un casale o una stalla. Il cespuglio è formato da due tipi di rosa: una dai fiori piccoli e bianchi, che forse non è una rosa, l’altra ha invece fiori più grandi, magenta, accostandoci il naso sono molto odorosi.
Ora le biciclette che portiamo a mano ci intralciano il cammino, il sentiero si restringe: siamo in mezzo a campi di spighe verdissime che ci arrivano al ginocchio. La luce declina tra il verde maturo e le chiazze rosse dei papaveri, ed è un piacere camminare, nell’aria fresca della sera.
Giugno 2026
Cammino all’alba per evitare il calore estremo che mi ha mezzo sfinito. Sulla scarpata ferroviaria che costeggia il parco, scopro un mondo vegetale così vario che mi stupisce: oltre la rete affollamenti d’equiseto dappertutto, fiori di cicoria e di malva segnano i confini con l’asfalto, piccoli pioppi dalle foglie pallide e i fusti esili, altre piante e fiori che non so nominare. Vorrei essere un minuscolo abitante di questo microcosmo dai colori lucenti, verde marrone indaco giallo, dimenticato e rigoglioso, fuori dallo sguardo e dalle stanchezze degli uomini.
Agosto 2026
L’autostrada è enorme e senza fine e il furgoncino Ford la divora. Dal fiume rettilineo d’asfalto s’erge di colpo la torre dell’Unipol, ferro e vetro che balugina nell’opaca torrida atmosfera. Solo allo svincolo per Bologna vedo le chiome degli alberi che spuntano dal livello della strada.
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