Search this site
Embedded Files
Inetto
  • Home
  • Editoriale
  • Numeri
    • Cemento vivo
    • Voci negate
    • Distopie contemporanee
  • Articoli
    • Articoli divisi per numero
    • Articoli divisi per argomento
    • Articoli divisi per autore
  • Autori
  • Contatti
  • Fonti
Inetto
  • Home
  • Editoriale
  • Numeri
    • Cemento vivo
    • Voci negate
    • Distopie contemporanee
  • Articoli
    • Articoli divisi per numero
    • Articoli divisi per argomento
    • Articoli divisi per autore
  • Autori
  • Contatti
  • Fonti
  • More
    • Home
    • Editoriale
    • Numeri
      • Cemento vivo
      • Voci negate
      • Distopie contemporanee
    • Articoli
      • Articoli divisi per numero
      • Articoli divisi per argomento
      • Articoli divisi per autore
    • Autori
    • Contatti
    • Fonti

#scrittura

Tutti per la città e la città per nessuno

di Ettore Campanella

La città è viva. Lo dice il titolo del numero di questa rivista, lo suggeriscono i cantieri che non dormono mai, lo confermano i rendering di quartieri futuristici in cui nessuno ha ancora avuto il buon senso di abitare. È viva, sì, soprattutto per chi ci investe, per chi ne possiede un pezzo, per chi ha capito che il suolo urbano è una merce particolarmente fortunata: non si consuma, non si sposta, e soprattutto non smette mai di aumentare di valore. 

Per tutti gli altri, invece, la città è un organismo sempre più difficile da mantenere in vita. Una creatura che ci ospita, sì, a condizione che possiamo permetterci l’affitto; che ci concede di attraversarla, sì, purché non ci fermiamo troppo a lungo e che ci invita a partecipare alla sua trasformazione, sì, ma possibilmente senza interferire con gli interessi di chi la trasforma.

C'è una parola che ricorre con una frequenza quasi commovente nei discorsi sulla città contemporanea: rigenerazione.La si pronuncia con la stessa solennità con cui un sacerdote pronuncia una benedizione, e con la stessa vaghezza con cui un amministratore annuncia che «sarà un'occasione per tutti». 

Rigenerare significa, in teoria, restituire vita a ciò che l'ha perduta. Nella pratica invece, troppo spesso significa individuare un'area sufficientemente malandata, possibilmente abitata da persone con redditi bassi, e immaginare un futuro in cui quelle stesse persone non potranno più permettersi di viverci.

Il copione è collaudato. Si comincia con la denuncia del degrado, termine polisemico che può descrivere tanto un edificio pericolante quanto un gruppo di adolescenti seduti su una panchina.     Si prosegue con la promessa di riqualificazione: qualche facciata ripulita, un po' di verde (ma non troppo per favore, che altrimenti sporca), una piazza ridisegnata, magari un polo gastronomico con cucina fusion e tavolini in legno chiaro.                                                                                              Si conclude con l'aumento dei prezzi immobiliari, l'arrivo di nuovi residenti più abbienti e la progressiva espulsione di quelli vecchi. Il quartiere è rinato - si legge sui giornali - peccato che per assistere al miracolo, i suoi abitanti abbiano dovuto traslocare.

Non è un effetto collaterale imprevedibile, una specie di febbre passeggera che accompagna il progresso: è un meccanismo strutturale di un modello urbano in cui il valore di scambio dello spazio, prevale sul suo valore d'uso. Una casa non è più, innanzitutto, il luogo in cui qualcuno vive: è un investimento, una proprietà. Sempre di qualcun altro. Un parco non è soltanto un bene comune: è anche un elemento che può rendere più appetibili gli immobili circostanti. Persino la cultura, quando viene chiamata a fare da locomotiva alla trasformazione urbana, rischia di diventare una graziosa insegna luminosa appesa alla porta di un'operazione immobiliare. 

E così la città si trasforma in un catalogo di esperienze da acquistare.                                    Quartieri “autentici”, mercati “tradizionali”, ex fabbriche “creative”, strade “vibranti”.  L'autenticità, naturalmente, è garantita fino all'apertura del primo negozio di souvenir; la tradizione resiste finché non arriva un locale specializzato in avocado toast e poké; la creatività è incoraggiata, sì, purché produca un ritorno economico misurabile. Guai a uscire dai binari, a vivere - la città - senza consumare.

La questione abitativa è il punto in cui questa contraddizione smette di essere un esercizio teorico e diventa una questione di sopravvivenza quotidiana. Non c'è bisogno di essere urbanisti per capire che qualcosa non funziona, quando per potersi permettere di abitare in città non basta più lavorarci.
Eppure, di fronte a questa evidenza, la risposta dominante sembra essere quella di trattare l'emergenza come una sfortunata disfunzione del mercato, anziché interrogarsi sul mercato stesso.
Si parla di aumentare l'offerta, costruire nuovi alloggi, attrarre investitori, rendere più efficiente il sistema. Tutte questioni che possono avere una loro rilevanza, ma che diventano una presa in giro quando si evita accuratamente di discutere di chi possiede le case, di quali siano le condizioni alle quali le affitta e per quali finalità si permette di tenerle vuote. Come se il problema fosse semplicemente il fatto che ci sono poche sedie in una stanza, ignorando che qualcuno le abbia comprate tutte per rivenderle a chi è rimasto in piedi.

Trattiamo la casa come una rendita prima che come un diritto. I contratti brevi sottraggono all'abitare una parte dello spazio disponibile; la speculazione si nutre delle aspettative di crescita dei prezzi; gli studenti, i lavoratori precari e le famiglie con redditi ordinari si ritrovano a competere per un numero sempre più ristretto di alloggi accessibili. E se non riescono a stare al passo, la soluzione proposta è spesso quella di allontanarsi: trasferirsi in periferia, allungare il tragitto casa-lavoro, rinunciare a una parte della propria vita per continuare a lavorare in quella degli altri.
La periferia, del resto, è una delle grandi invenzioni della città capitalista: uno spazio in cui collocare tutto ciò che la città centrale non vuole vedere, a una distanza sufficientemente comoda da dimenticarsene. Non solo le case più economiche, ma anche i depositi, i centri logistici, le infrastrutture ingombranti e, talvolta, le persone considerate fuori posto. Poi ci si stupisce che esistano quartieri dormitorio, che manchino servizi, che gli abitanti si sentano isolati. È una curiosa forma di meraviglia quella di chi progetta la segregazione e poi si lamenta della distanza sociale.
La città giusta non dovrebbe chiedere ai suoi abitanti la continua dimostrazione di meritarsi il diritto di restare. Dovrebbe garantire accesso alla casa, ai servizi, ai trasporti e agli spazi pubblici, senza trasformare ogni bisogno in un'occasione di profitto. Non è una richiesta particolarmente esotica: è il minimo indispensabile perché una città possa dirsi abitabile.

C'è poi una questione che riguarda ciò che resta fuori dalle transazioni: lo spazio pubblico; forse un giorno non troppo lontano, sarà solo un ricordo.                                                                                La piazza, il marciapiede, il giardino, la panchina: luoghi che, almeno in teoria, appartengono a tutti e che proprio per questo diventano sempre più spesso oggetto di una gestione ossessivamente disciplinare.                                                                                                                                 Sedersi, sostare, incontrarsi, manifestare, suonare, persino non fare assolutamente niente: tutte attività che sembrano richiedere una giustificazione, soprattutto quando a praticarle sono persone che non corrispondono all'immagine patinata della città desiderabile.


È il paradosso dello spazio pubblico contemporaneo: viene celebrato come luogo della socialità, ma la socialità deve essere ordinata, decorosa e, se possibile, economicamente produttiva. La piazza ideale è quella piena di persone, purché siano sedute ai tavolini di un bar. Il parco ideale è quello frequentato, certo, purché non diventi il luogo in cui qualcuno decide di trascorrere la notte. Il centro ideale è quello animato, certo, purché l'animazione si traduca in consumo e non in conflitto.


È proprio la distribuzione diseguale della libertà di usare lo spazio a meritare attenzione.              Chi può permettersi di comprare una consumazione può occupare un tavolo per ore; chi non può farlo viene invitato a spostarsi. Chi possiede un immobile può beneficiare della rivalutazione del quartiere; chi ci vive (in affitto) può essere costretto ad abbandonarlo. Chi ha capitale può contribuire a decidere il futuro della città; chi ha soltanto il proprio tempo, spesso, viene convocato solo a trasformazione già avvenuta, per un incontro pubblico in cui potrà esprimere osservazioni che nessuno mai accoglierà.

Eppure la città non può essere soltanto questo. È anche il luogo in cui si costruiscono relazioni che sfuggono alle logiche del profitto, in cui si organizzano forme di solidarietà, in cui gli abitanti si appropriano degli spazi e rivendicano il diritto di decidere che cosa farne. È nei comitati di quartiere, nelle occupazioni abitative, negli spazi autogestiti, nelle assemblee e nelle lotte, in strada, che emerge un'altra idea di città: da valorizzare, sì, ma al solo patto della condivisione.                 Non si tratta di contrapporre romanticamente una comunità popolare, immaginata come naturalmente solidale, a un potere economico onnipotente. Anche i quartieri più popolari sono attraversati da disuguaglianze, conflitti e rapporti di potere. Ma riconoscere queste contraddizioni non significa rinunciare a immaginare una città diversa. Significa, al contrario, smettere di considerare inevitabile quella esistente.


Una città democratica non si misura soltanto dalla qualità delle sue infrastrutture, dalla quantità di piste ciclabili o dal numero di nuovi edifici certificati in classe energetica elevata. Si misura anche da chi ha il potere di decidere dove costruire, cosa conservare, quali attività sostenere e quali interessi sacrificare e, soprattutto, da chi paga il prezzo delle trasformazioni che vengono presentate come vantaggiose per tutti.

Forse, allora, il problema non è che la città stia morendo. È che qualcuno la sta mantenendo in vita secondo una precisa gerarchia di interessi, nella quale alcuni possono prosperare e altri sono destinati a fare da sfondo.

Il cemento è vivo: si espande, si modifica, si rigenera. Ma una città non è viva soltanto perché continuano a costruirci sopra.

È viva quando chi la abita può modificarla, contestarla, attraversarla o, quantomeno, restarci. Quando una piazza non deve necessariamente vendere qualcosa per giustificare la propria esistenza. Quando una casa è prima di tutto una casa e non un bancomat con le finestre. Quando il diritto di vivere in un luogo non dipende dalla capacità di trasformarlo in un investimento redditizio.

Fino ad allora, continuiamo pure a chiamarla rigenerazione. Ma almeno risparmiamoci la retorica della rinascita: perché non c'è niente di particolarmente vitale in una città che, per far posto al futuro, deve continuamente espellere il proprio presente.

Inetto  |   inetto.rivista@gmail.com

Google Sites
Report abuse
Page details
Page updated
Google Sites
Report abuse