Luglio 1921 - Orange, New Jersey
Guardo quella che una volta era la mia gamba e mi fa schifo quello che vedo. Da quel giorno zoppico e non smetterò mai di farlo. Non fa niente però, perché era necessario. Se non l’avessi fatto, sarei dovuto rimanere là con i miei “compagni”. Quelli sono degli idioti. Non sanno che non ci hanno mandato a fare gli eroi e a salvare il nostro paese: ci hanno mandati a morire. E sono sicuro che questo nessuno lo capisce. Tutte le persone che ho attorno in questo momento si stanno godendo beati la loro serata. È che loro sono davvero bravi ad indottrinarci con queste cose.
Alzo lo sguardo dal boccale di birra che tengo nella mano destra e sorrido. Certo che sono proprio carine queste ragazze, sembrano delle fate; fossimo stati nel 500 le avrebbero bruciate al rogo e invece oggi piacciono, piacciono eccome. Guardale, come ballano. Emettono questo bagliore tenue…
Non si vede di giorno, è solo dopo una certa ora, quando il sole è sceso e non c’è più luce. È allora che, quando escono dal lavoro e raggiungono il locale, lo vedi. Non è così evidente in realtà, o almeno, non come dicono. Non tanto da chiamarle “le ragazze fantasma”. Ma se ti avvicini per bene, e sposti dal loro viso una ciocca di capelli, è lì che lo vedi. Un lobo luminescente, una guancia che brilla. A volte hanno le unghie pitturate con quella cosa perché le piace farsi notare. Tutte loro sono come avvolte da una polverina fluorescente. Tutti le conoscono e sanno chi sono, “le ragazze fantasma”.
“Salveranno il paese”. Sì, perché mentre i padri e i fidanzati sono in guerra, a sparare a qualche innocente, loro stanno sedute per ore a dipingere centinaia di orologi. “Eh si, ma sono orologi per l’esercito”. Incredibile, donne che lavorano. E lavorano per la propria patria. Anche se tutti le conoscono anche per l’altra cosa, la cosa della luce. Perché queste ragazze, dalla prima all’ultima, si illuminano al buio.
C’è Amelia che è lì che balla. Io l’ho conosciuta ed è intelligente, ma non troppo. È bella, ma non tanto da essere notata. A tratti è anche simpatica, invece modesta non lo è per niente. Parla del suo lavoro come se stesse per salvare il mondo. “La nostra azienda collabora per la vittoria del nostro paese”. “La nostra”, come se l’azienda fosse sua poi. Me l’ha detto che cosa fanno, anche se non serviva, perché lo sanno tutti cosa fanno. Vengono tutte da quel posto, dalla United States Radium Corporation. Ho letto sul giornale che ha aperto da poco, e che ha dato diverse decine di posti di lavoro a giovani donne. Amelia ci ha rimediato lo stipendio per tutta la famiglia, e adesso che è stata assunta insieme alle sue due sorelle, i loro genitori possono smettere di lavorare.
È difficile parlarci però, con queste ragazze fantasma. Le trovi solo sul tardi se vai al locale, perché prima lavorano e se ne vanno presto, perché dopo poco lavorano di nuovo. Amelia me l’ha spiegato come funziona. È facile. Tu semplicemente hai questo cazzo di pennellino che devi leccare, per fargli fare la punta fina, così per scrivere è più preciso. E poi scrivi i numeri. Poi intingi; lecchi; scrivi. Intingi; lecchi; scrivi. Intingi; lecchi e scrivi. E intanto, magari, racconti alla collega della serata del giorno prima. Intingi; lecchi; è andata bene; scrivi. Intingi; ma non penso che ci tornerò domani; lecchi; scrivi. Si beh si sa che iniziano a parlar male se non si sta attente. Intingi; non voglio certo fare la fine di Amelia; lecchi; scrivi.
La torno a trovare, Amelia. Mi faccio raccontare ancora e ancora. Del capo-chimico che usa i guanti, con un’espressione spaventata, mentre maneggia ciò che lei fa con disinvoltura, come una danza. Intingo; lecco; scrivo. E lui invece che utilizza anche quella sua maschera. Ad Amelia non serve la maschera, non c’è nessun odore fastidioso.
Io vorrei dirlo ad Amelia. Glielo urlo. Da lontano. Amelia. La maschera non è per l’odore Amelia. Amelia i guanti, i guanti non sono perché è schizzinoso Amelia. Amelia. Attenta. Non è un favore Amelia, darti il lavoro. Amelia forse loro sanno qualcosa che non sai. Forse loro sanno qualcosa Amelia, attenta. Stai attenta.
Ma Amelia non lo sa. Amelia è felice. Amelia ha un bellissimo lavoro, semplice, che ha imparato subito. Amelia è orgogliosa. Amelia porta a casa uno stipendio migliore di quello del padre. Amelia può permettere alla madre di lasciare il suo, di lavoro, che le spacca la schiena. La sua mamma può stare a casa, grazie ad Amelia. Amelia è fortunatissima. Amelia riceve i complimenti per il servizio che ha dato al suo paese. Quegli orologi serviranno per vedere anche al buio, Amelia, grazie. Amelia è bellissima da quando fa questo lavoro.
Lo scrivono sul giornale che il radio fa venire una bella pelle, che ritarda l’invecchiamento, che ha effetti rigeneranti. E Amelia infatti ha un sacco di energia, Amelia. Amelia che è bella, ma non troppo. Amelia che lavora, Amelia che si sveglia, Amelia che vive, Amelia che ama, che ride, che grida, che balla, che pensa, che piange, che dorme, che sente! Amelia che muore, Amelia che si è trasferita in America, nel paese dalle mille opportunità. Amelia che non si sveglia più…
Perché quello che ha ingerito era un elemento radioattivo e cancerogeno, che distrugge ossa e tessuti. Amelia muore il 12 Settembre 1922 all’età di 25 anni, con una necrosi alla mascella, estesa al palato e alle ossa delle orecchie. La sua mascella era disintegrata. Prima di morire, Amelia riusciva a sollevare e rimuovere con le dita frammenti della sua mascella, ormai spezzata direttamente dalla bocca. Ai genitori hanno detto che è morta per una complicanza legata alla sifilide. È stata colpa sua, era troppo libera.
Solo a seguito della morte del capo-chimico, a causa di un’anemia fulminante, il corpo di Amelia venne riesumato, e i dottori poterono constatare che fu il radio la causa di morte. A deviare l’attenzione dalla vera causa contribuirono anche medici e ricercatori, assecondando le richieste dell’azienda a non divulgare i dati a riguardo.
Una delle dipendenti, Grace Fryer, cercò per due anni un avvocato disposto a sfidare l’azienda. La United States Radium Corporation non ammise mai la propria colpa ma, nel Giugno del 1928, si arrivò ad un accordo extragiudiziale, e ogni donna ricevette 10.000 dollari di risarcimento e una rendita vitalizia di 600 dollari all’anno. Il grande impatto mediatico del caso, permise la nascita di norme più severe sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. In particolare, la possibilità di citare in giudizio grandi aziende per danni subiti e, nello specifico, il concetto di “malattia professionale”.
Questo non è solo un evento storico tragico, è un evento che parla di superficialità in favore del prodotto. Parla dell’assenza di tutela verso i lavoratori. Parla di voci che hanno dovuto lottare per essere ascoltate perché donne: senza potere giuridico, e quindi fragili, poco credibili, isteriche e inaffidabili. E quindi, facilmente zittite.
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