L’altra notte, disteso sul letto della mia misera camera, ho di nuovo sentito urlare. Voci chiassose aldilà: sono dei miei vicini. Si infrangono nel muro, disperdono tutta la loro energia, grattano l’intonaco del tetto. Passerò l’ennesima notte insonne.
Le mani tremavano e sentivo un forte colpo in gola. Avrei potuto chiamare la polizia, come la settimana scorsa, ma se mai dovesse arrivare, arriverebbe comunque troppo tardi. Li avresti potuti osservare, i poliziotti, quando erano già davanti al condominio: non guardavano neanche negli occhi degli inquilini, farfugliavano tra di loro frasi all’apparenza allucinanti, attenuate dall’autorevolezza dell’uniforme. Dicevano che «non ci si può mettere in mezzo agli affari di un marito e della sua donna, di sua moglie. Lui è perfettamente capace di intendere e di volere, e quella bottiglia di vino vuota, sul tavolo della cucina, era stata bevuta qualche settimana fa, lo si può notare dall’usura dell’etichetta e dall’umidità presente all’interno. Sì, la donna ha molte ferite, ma sono superficiali, graffi, come se avesse raccolto dei frutti di bosco la sera prima, e poi fosse d’improvviso caduta in una scarpata», ma fatta di mani, che ti stringono il collo e ti lasciano il livido, fino a creare una collana con il rossore. Avreste dovuto sentirli, questi predicatori di pace con le loro pistole nelle fondine. Dicevano di essere qui per «mantenere ordine», «per disperdere la folla di gente», ugualmente scossa dal rumore delle botte date sui muri fatti di cartongesso. Vagavano per i corridoi come corpi in stato di semi morte, aspettando un conforto, una notizia, una speranza tangibile.
I poliziotti ora sono giunti all’appartamento per parlare. Il marito, in ciabatte e canottiera, sputa le sue ragioni; le lacrime scorrono nel viso della moglie, tremolante. Non osa nemmeno fiatare. Ma questo simbolo di umanità non verrà notato da nessuno.
A dire la verità, nei caldi pomeriggi, quando il sole scottava così tanto da obbligare a chiudere tutti gli scuri, quando mi trovavo nel letto a far passare giornate, sentivo sempre la donna della stanza accanto parlare. Non implorava, ma conversava, non lacrimava per la tristezza, ma per la gioia, e danzava mentre era al telefono con qualche sua antica parente. Accadeva ogni giorno per quasi tutto il pomeriggio: parlavano di supermercati, del sapone intimo migliore, dei più disparati paesi nel mondo, della lontana famiglia. Ogni tanto la donna finiva il discorso con un deciso «se Dio vuole!», «magari», «speriamo», che mi inondava di buone speranze. Altre volte i discorsi avevano tratti leggermente più malinconici, e attraverso le risposte della donna, potevo percepire un tentativo dell’altra interlocutrice di aprirsi a temi più profondi. L’altra la incalzava con domande intime, chiedeva perché non uscisse mai di casa, dal momento che, con le mie stesse orecchie, ho sentito rispondere «ogni tanto esco la sera quando lui torna, ma lo sai che non mi piace uscire di mio», perché non si potevano incontrare, perché delle volte non riusciva ad esprimere nulla, ma dalla sua bocca uscivano solo parole all’unico scopo di potersi riconoscere in questo mondo. La donna, infatti, quando chiamava la parente, “egoisticamente” non voleva sentire un parere: voleva semplicemente essere vista, esistere.
Del resto, per lei sarebbe stato impossibile dire le sue ragioni. Ogni sera, quando rovinosamente mi alzavo dal letto per cercare di sopravvivere ancora qualche giorno, masticando del riso scaduto, sentivo sempre, in quest'ordine, recitato in maniera quasi solenne: un pianto disperato, lo sbattere della porta, uno schiaffo, i pugni sul tavolo della cucina, la vena gonfia che urlava: «Sei sempre triste! Per questo motivo non piacerai mai a nessuno», un bacio, un abbraccio, una carezza, uno schiaffo.
L’altra notte, tante erano le grida che ho teso l’orecchio al muro. Poi, un istantaneo silenzio, che ha fatto “riposare” la mia anima. Stavo pregando, in effetti, che quello fosse solo un brutto sogno, che quei cocci di vetro che avevo percepito fossero la mia stessa vita frantumata nell’oltre mondo, fino a quando a svegliarmi sono state le sirene spiegate dell’ambulanza, e la polizia giungere nel vialetto sotto la mia palazzina.
I lampeggianti blu tagliavano il buio della mia stanza, proiettando sul soffitto ombre geometriche e fredde. Questa volta sono uscito nel corridoio. C’era solo il rumore dei passi pesanti dei barellieri, e il cigolio metallico di una lettiga. Quando la porta dell'appartamento accanto è rimasta accostata, ho intravisto la cucina: la bottiglia di vino con l'etichetta consumata non era più lì sul tavolo, ma a terra, rotta a metà, in una pozza di sangue, un lenzuolo bianco a coprire l’ultimo, definitivo silenzio. Il marito era seduto sul divano, sempre in ciabatte e canottiera, mentre lo stesso poliziotto della settimana prima gli offriva una sigaretta, parlandogli a voce bassa. Questa volta c’era solo un verbale da firmare prima di andare in carcere.
Sono tornato nella mia camera, trascinando i piedi. Il muro adesso era muto. Mi sono disteso sul letto, guardando il soffitto. Quel silenzio che per mesi avevo rincorso, ora che era arrivato, era la cosa più rumorosa e insopportabile del mondo. Non ero mai stato così attaccato alla vita come quel giorno.
Un ringraziamento dovuto a Tracy Chapman, cantautrice, eroina contemporanea, per riuscire a farmi comprendere in maniera nitida, attraverso la musica, il male che si annida in questo mondo.
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