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#media #attualità #storia

Dal Vietnam a Gaza: come il potere manipola l'informazione

di Giacomo Piras 

L’informazione è manipolata dal potere. Da qui si può partire per ogni riflessione su come funziona – e ha funzionato – il sistema dei media nella gran parte delle democrazie del Nordamerica e dell’Europa Occidentale. Può sembrare un’esagerazione, ma esistono meccanismi e sistemi a prima vista non così evidenti attraverso cui il potere – politico, economico, culturale – riesce a controllare ciò che può e non può essere detto.

È questa la tesi di partenza del libro La Fabbrica del Consenso, di Noam Chomsky – linguista, filosofo e tra i più influenti intellettuali critici del XX secolo – e Edward S. Herman. Mentre ci ripetiamo che alcuni dei valori fondamentali delle nostre democrazie sono la libertà di stampa e d’informazione e l’indipendenza dei media, la realtà si muove in un’altra direzione: i “potenti” sono in grado di imporre i temi del dibattito pubblico, di controllare finanziariamente i gruppi editoriali più grandi, stabilire chi sono i “buoni” e chi i “cattivi”, e di conseguenza orientare il discorso nella direzione da loro preferita.

Per spiegare i diversi modi attraverso cui questa manipolazione avviene, Chomsky e Herman hanno delineato il loro cosiddetto “modello della propaganda”, cioè l’insieme delle pratiche e dei meccanismi attraverso cui le élite al potere “costruiscono il consenso” dell’opinione pubblica. Quello di “costruzione del consenso” è un concetto sviluppato più di un secolo fa da Walter Lippmann, autore di Public Opinion, un saggio fondamentale sui rapporti tra informazione, potere e opinione pubblica.

Secondo Chomsky e Herman, il “modello della propaganda” nelle democrazie occidentali non si dispiega attraverso il controllo oppressivo e asfissiante dell’informazione come nei regimi totalitari del XX secolo, ma attraverso dei cosiddetti “filtri” nascosti, non evidenti, che riescono a mascherare sia il loro stesso funzionamento, sia le enormi disuguaglianze che ne giustificano l’esistenza stessa. Questi “filtri”, secondo Chomsky e Herman, sarebbero cinque, e ancora oggi sono attuali:

Primo filtro: la proprietà. Da decenni è in atto un processo di concentrazione nelle mani di pochi – pochissimi – della gran parte del settore dei mass media: Ad oggi, negli USA, 5 compagnie controllano da sole più del 90% del settore. E sempre più miliardari, come Jeff Bezos, investono nel mondo dell’informazione. Il legame a doppio filo tra media, miliardari e politica, del resto, non è affatto nuovo: in questo, Berlusconi in Italia ha fatto scuola.

Secondo filtro: la pubblicità. Se da una parte, essa ha permesso alle aziende del settore dell’informazione di trovare nuove e redditizie fonti di introiti, dall’altra ha subordinato queste stesse aziende alle esigenze degli inserzionisti. Giornali ed emittenti ritenuti “scomodi” faranno quindi più fatica a trovare sponsor, e a vendere i propri spazi pubblicitari.

Terzo filtro: le fonti. Governi e grandi aziende sono da sempre le fonti preferite dai mass media, per ragioni economiche e di prestigio. Per potersi garantire l’accesso a queste fonti, tuttavia, i giornalisti devono fare attenzione a cosa riportano e come lo riportano, per non rischiare che tale accesso gli venga precluso.

Quarto filtro: la polemica. Il potere può utilizzare l’attacco polemico come arma contro la stampa, e provocare ingenti danni di reputazione ed economici. Spesso, può anche agire come deterrente per prevenire la pubblicazione di notizie scomode o prese di posizione sgradite.

Quinto filtro: l’ideologia. Che sia “l’anticomunismo”, la “lotta al terrorismo” o la “sicurezza del paese”, alcune ideologie sono state utili strumenti di mobilitazione del popolo contro il “nemico del momento”. Non solo. Poiché queste ideologie tendono a distinguere in maniera netta chi sta dalla parte del “bene” e chi del “male”, è facile che in quest’ultimo gruppo vi finisca anche chi è ritenuto, più o meno a ragione, collaboratore o sostenitore di tali presunti “nemici”. È la cosiddetta “dicotomizzazione”, su cui Chomsky e Herman si soffermano a lungo.

I due autori pubblicano il loro saggio per la prima volta nel 1988, poco prima che la Guerra Fredda giungesse improvvisamente al termine. Ed è proprio la politica estera americana durante la Guerra Fredda ed il modo in cui è stata trattata dai media americani, che gli autori tengono a mente durante tutta la loro trattazione. 

Un caso particolarmente esemplare è la Guerra del Vietnam, uno dei primi nella storia ad essere largamente coperto dalla stampa di tutto il mondo. I corrispondenti di guerra al fianco delle truppe americane erano numerosi, e le immagini dei morti e delle devastazioni trovavano molto spazio sugli schermi delle televisioni nelle case degli americani. È questa una delle ragioni che ha portato alcuni intellettuali statunitensi a ritenere la stampa come principale responsabile della sconfitta in Vietnam, poiché avrebbe danneggiato la posizione degli Stati Uniti di fronte al popolo americano, al Congresso e al resto del mondo.

Nonostante queste accuse, in realtà, la stampa occidentale non è mai stata realmente critica nei confronti degli americani come lo era regolarmente nei confronti dei cosiddetti “Vietcong”, ossia dei combattenti del Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam del Sud. Secondo Chomsky e Herman «molte volte i giornalisti non hanno nascosto le atrocità commesse dalle forze militari americani, ma hanno dato l’impressione di non percepirle come atrocità» descrivendole in modo «blando e distaccato».

Persino il Massacro di My Lai, quando soldati americani delle C e B company uccisero centinaia di civili tra cui donne, bambini e anziani nei pressi dell’omonimo villaggio, rimase inizialmente ignorato, poiché del tutto simile ad altre quotidiane e atroci «operazioni di routine» dell’esercito americano. Quando l’episodio venne fuori, tuttavia, nessuno pensò di far risalire la catena delle responsabilità oltre ad un semplice tenente sul campo che partecipò alla strage. La stampa e l’opinione pubblica americana continuarono in larga parte a ignorare il quadro più ampio della violenza sistematica delle operazioni americane.

I giornalisti, pur assistendo quotidianamente a tali atrocità, sposavano in buona parte la versione fornita dagli stessi militari. I motivi erano diversi: i reporter sul campo lavoravano a stretto contatto con i soldati, e avevano bisogno della loro approvazione per seguire le truppe nelle missioni, nonché per avere accesso a fonti e informazioni ufficiali. In secondo luogo, buona parte della stampa e della stessa società civile americana non riteneva fondamentalmente sbagliata l’invasione statunitense del Vietnam: gli americani si credevano impegnati in una guerra giusta contro l’espansione dell’ideologia comunista, e in aiuto di quella parte di abitanti del Vietnam del Sud che non l’aveva abbracciata.

Tornando al presente, lo schema continua a ripetersi. Un report del 2025 del Centre for Media Monitoring (CfMM), un organizzazione indipendente non-profit dedicata alla qualità dell’informazione nel Regno Unito, mostra come, nel contesto della Guerra a Gaza e del Genocidio Palestinese, i media utilizzino sistematicamente un doppio standard nel raccontare questa vicenda. Secondo una loro analisi su oltre 35,000 pezzi della BBC, la principale emittente britannica, nonostante a Gaza le vittime siano 34 volte più numerose di quelle in Israele, ai morti israeliani viene riservato 33 volte lo spazio che viene riservato alle vittime palestinesi. Inoltre, continua il report, nel parlare delle vittime israeliane, si utilizza un linguaggio molto più “emotivamente connotato”: per esempio, i termini “massacro” e “omicidio” sono molto più utilizzati nei confronti delle vittime israeliane, piuttosto che di quelle palestinesi. Il report conclude che la copertura degli eventi rivela un “pattern sistematico” di «minimizzazione della sofferenza e dei punti di vista palestinesi e l’amplificazione della narrativa, della vittimizzazione e delle storie emotive degli israeliani».

A distanza di quasi quarant'anni dalla pubblicazione de La Fabbrica del Consenso, i cinque filtri descritti da Chomsky e Herman non solo sono ancora attivi, ma in molti casi si sono rafforzati. La concentrazione proprietaria è aumentata, con l’arrivo dei nuovi colossi del digitale, le cosiddette Big Tech, così come è aumentata la dipendenza dalla pubblicità, mentre i filtri di controllo ideologico hanno trovato nuovi "nemici" su cui applicarsi. Riconoscere questi meccanismi è necessario, perché senza questa consapevolezza, nella grande confusione e sovrapproduzione di notizie dell’epoca contemporanea, diventerà sempre più difficile orientarsi e distinguere il vero dal falso.

Per le fonti: CLICCA QUI

Inetto  |   inetto.rivista@gmail.com

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