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#attualità #storia #società

Bosnia-Erzegovina: una storia ancora non scritta

di Chiara Sintoni 

Il 4 maggio 1980 muore Tito, e la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia  – «Sei Stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito›› – assente il suo maresciallo, comincia a disgregarsi.

Per prime, Slovenia e Croazia cadono nella guerra di dissoluzione della Jugoslavia, e nel 1992 anche la Bosnia-Erzegovina vi è trascinata. I tre gruppi etnici bosniaci – bosgnacchi, cioè i bosniaci musulmani, croati e serbi – entrano in conflitto quando al referendum del 1° marzo i primi due si esprimono favorevoli all’indipendenza, nonostante il boicottaggio e la posizione contraria dei serbo-bosniaci. Questi, dunque, reagiscono proclamando la secessione dal resto della Bosnia e cominciando ad occupare alcune zone, affiancati dall’Armata Popolare Jugoslava controllata da Belgrado. Così, in questo assetto, ha inizio il violento conflitto che interessa la Bosnia per tre anni, fino al 1995, e che annovera eventi tragici come l’assedio di Sarajevo e il genocidio dei musulmani; fatti che coinvolgono un Occidente colpevole e omertoso, e una narrazione manipolata e manipolante.

L’assedio di Sarajevo da parte delle forze serbo-bosniache e dell’Armata Popolare Jugoslava, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, è il più lungo assedio dell’età moderna, costato oltre 11mila vittime. Negli ultimi mesi si è tornati a parlare di questa tragedia grazie alla ridistribuzione nelle sale cinematografiche del film documentario Sarajevo Safari, di Miran Zupanic, uscito per la prima volta nel 2022. Zupanic racconta una storia rimasta a lungo nascosta all’opinione pubblica, e convince lo scrittore Ezio Gavazzeni a firmare e depositare un esposto alla Procura di Milano nel febbraio 2025. Gavazzeni già dal 1995 sapeva che facoltosi imprenditori e professionisti, provenienti dal Nord Italia, dalla Spagna, dalla Francia e da altri paesi europei, oltre che dal Canada e dagli USA, il venerdì, dopo il lavoro, si recavano a Sarajevo per il weekend, pagavano grosse somme di denaro alla parte serba del conflitto e sparavano ai civili per divertirsi: ma lui, e noi, ce n’eravamo dimenticati, o per qualche motivo avevamo deciso di non pensarci più.

Questo film ha spinto Gavazzeni a scrivere il romanzo I cecchini del weekend, e ad inviare l’esposto che ha fatto aprire alla Procura di Milano, nel novembre 2025, un’inchiesta con l’ipotesi di omicidio volontario, continuato, ed aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti.

Sarajevo Safari dà voce a ex membri dell’intelligence, delle strutture militari e a vittime dei “turisti-cecchini”. La voce narrante principale è quella di un testimone interno ai fatti, ai quali non ha preso parte attiva, ma ha assistito direttamente. Egli racconta del meccanismo secondo il quale ciò avveniva, e della disumanizzante crudeltà che lo rendeva lecito e “appetibile”. I cittadini di Sarajevo erano come personaggi di un gioco, come, appunto, animali in un safari: erano categorizzati per età e altre caratteristiche che attribuivano un certo prezzo al loro omicidio. Nel documentario, due genitori raccontano di come la figlia sia caduta morta per strada mentre correva a due passi dalla madre, uccisa per divertimento da uno di questi “cecchini del weekend”. Un ragazzo racconta del proiettile che lo ha colpito e che lo ha lasciato paraplegico. 

Rivendicazione di verità e di giustizia, oltre che bisogno di riconciliazione, di coltivare speranza e fiducia negli altri esseri umani per spezzare la catena di odio: questo è ciò che ho sentito nelle voci degli intervistati del documentario, e delle persone che ho incontrato nel mio viaggio in Bosnia-Erzegovina.

Nel 2023 infatti sono partita per la Bosnia con il progetto Dosta! del Centro Pace di Cesena, proprio per capire cosa fosse successo in quel paese di cui si parla con tanta reticenza e confusione. Sono stata a Sarajevo, a Srebrenica, luogo del genocidio dei bosniaci musulmani da parte dei serbi, e a Tuzla, dove si trova il centro di riconoscimento dei cadaveri delle vittime del genocidio. Ascoltando le persone che hanno vissuto questa dolorosa parte di storia, ho raccolto la loro urgenza di raccontare, di creare e distribuire una narrazione completa e comune di quanto accaduto, all’esterno come all’interno della Bosnia stessa. Camminando per i luoghi in cui questa tragedia si è svolta, si è parlato di partire proprio da questi per costruire una storia ufficiale. Questi luoghi, infatti, possono rappresentare il riscontro fisico della propria storia personale per le vittime di tali eventi, e il punto di inizio della storia per chi ancora la sta indagando. Le persone che ho incontrato in Bosnia hanno denunciato la disinformazione interna al paese, che diffonde una narrazione manipolata e unilaterale, privando le nuove generazioni della possibilità di prendere coscienza della guerra vissuta dai propri genitori. 

A Srebrenica, città che oggi è parte della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, i figli dei musulmani massacrati dai serbi durante la guerra, a scuola imparano una “storia serba”, narrata da un punto di vista assolutamente parziale: quello dei genocidari. Ma anche in Europa occidentale si finge di non ricordare e non sapere, memori e consapevoli della propria responsabilità e complicità nel genocidio dei bosgnacchi. Infatti, quando l’11 luglio 1995 le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic violano la zona protetta dall’ONU, e occupano l’enclave di Srebrenica, la città viene abbandonata al massacro dai Caschi Blu, come dall’Esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina. Tra il 13 e il 16 luglio, sotto gli occhi della comunità internazionale, 8372 bosgnacchi vengono sterminati e gettati in fosse comuni sparse nell’aria circostante. Oltre all’inoperosa e inutile attività di difesa, mai come nei Balcani le truppe ONU sono state riconosciute, anche dal Tribunale Internazionale dell’Aia, come attrici primarie del contrabbando, del mercato nero, della droga e della prostituzione.

L’Occidente, nel contesto di un conflitto etnico-nazionalista, potrebbe innanzitutto contribuire producendo e distribuendo un’informazione affidabile e oggettiva. Nel conflitto jugoslavo un ruolo fondamentale è stato giocato appunto dalle cosiddette “campane comunicative”, in cui i modelli di percezione deformata si consolidano e si radicalizzano. Menzogne e notizie distorte non solo sono diffuse ovunque, ma hanno costituito una componente essenziale delle dinamiche del conflitto, contribuendo a scatenare l’odio tra le diverse etnie e ad aizzare i sentimenti di vendetta, che hanno rappresentato a loro volta la principale spinta delle atrocità commesse. Insomma, la popolazione tutta deve poter accedere sia ad un’informazione, sia ad una narrazione completa e attendibile.

Per le fonti: CLICCA QUI

Inetto  |   inetto.rivista@gmail.com

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