Se vivessimo in un mondo in cui la libertà di espressione non esistesse? Se vivessimo in un mondo in cui essa si aggrappasse a qualcosa per sopravvivere e, nel farlo, fosse comunque limitata, controllata, costantemente sorvegliata, fino a perdere il suo significato più profondo, la sua essenza?
In una simile realtà, la libertà rischierebbe di ridursi ad una semplice parola, bloccata tra le pagine di un dizionario: sola, affiancata ad altre parole che la imprigionano da entrambi i lati, chiusa tra di esse, lontana dalla leggerezza che la distingue. Viva nel linguaggio, morta nella quotidianità.
Āzādī (آزادی), in persiano, significa “Libertà”. Negli ultimi anni, questo lemma ha assunto più significati: è diventato simbolo di rivendicazione, di speranza, di resistenza. Non è solo un concetto: è una condizione necessaria per l’esistenza umana, ciò che permette di esprimere i nostri pensieri, le nostre emozioni, la nostra visione del mondo e sul mondo.
Spogliare qualcuno della sua libertà, equivale ad ucciderlo.
Se accadesse, allora, che la libera espressività venisse negata?
Ciascuna di queste domande trova una certa risonanza nel contesto iraniano, straordinariamente ricco di cultura, e nel quale soprattutto la poesia rappresenta da secoli e secoli le fondamenta di questo paese. Tramandata fin dall’infanzia, condivisa in forme diverse, recitata, suonata, cantata, custodita, essa diventa identità e memoria collettiva.
Queste stesse fondamenta sono diventate nel tempo anche luoghi di resistenza. La parola poetica interroga il presente, mette in discussione le circostanze che ne limitano la sua libertà, dà voce al silenzio.
In questo senso, poetesse come Forugh Farrokhzad hanno segnato un punto di svolta nella poesia persiana contemporanea. Mediante i suoi versi, attraverso quelle parole che riesce a tessere ora con dolcezza, ora con malinconia, ora con dolore, la sua poesia si è fatta denuncia, ricerca di autonomia, rivendicazione dell’esperienza femminile e necessità essenziale.
Forugh ha scatenato una reazione a catena tra diverse donne, dando loro la forza di non rimanere più in silenzio. Ha lasciato libero il passaggio a chi voleva percorrere la sua stessa strada, trasformando la poesia in uno strumento così forte da oltrepassare ogni forma di restrizione, da sopravvivere alle soppressioni, e ai cambiamenti storici e politici.
Il vigore delle parole sta anche in questo: nel loro modo infinito di reinventarsi, di adattarsi, di creare dal nulla o da ciò che è stato distrutto, di non scomparire, mai.
Silenziosa e dirompente al tempo stesso, la poesia si fonde con la realtà, trasforma esperienze individuali in esperienze collettive, pur mantenendo l’unicità di ciascuna. Fa amicizia con chiunque le si avvicini, permette di riconoscerla e di riconoscersi.
Per questi motivi, scelgo di lasciare spazio direttamente alle poesie raccolte nell’antologia Sia manifesta la tua voce. Forme di resistenza nella poesia persiana., a cura di Rossella Renzi e Claudia Valsania. Sono riunite qui undici voci, per lo più di poetesse, che hanno fatto della poesia il loro locus amoenus, dal quale, con le parole più semplici, sono riuscite ad esprimere le emozioni più potenti sentite in quel locus. Con le loro poesie emergono i desideri di amare, di poter essere vulnerabili senza aver paura, di poter avere dignità senza derisioni, di vivere.
Concludo riportando due componimenti, tra quelli presenti nel libro, che più degli altri mi hanno parlato al cuore, e mi hanno permesso di avvicinarmi ad una cultura che continua, nonostante tutto, a fare rumore e a dare speranza.
Queste poesie mi hanno accolta mentre entravo in punta di piedi, e lentamente, senza giudicare, mi hanno fatto posare a terra tutta la pianta. Il loro dolore, scritto nero su bianco, mi ha mostrato il suo colore. I loro spazi mi hanno fatto sentire il silenzio, e poi le urla, e poi di nuovo il silenzio. Mi hanno presa per mano e mi hanno sussurrato, dolcemente, il loro amore per l’ossigeno.
MARYAM HOOLEH
I sogni appiccicosi di una farfalla bandita
(estratto)
…
“Non temo la puntura delle zanzare
Ma se lascio il mio corpo di chi sarò l’uniforme?”
…
“Voglio le mie mani
I miei occhiali. I confini morti della felicità!
RIDATEMI I MIEI COLORI!
Voglio le mie differenze
La mia sfortuna, il mio certificato di nascita
Voglio che crepi la terra!
Senza testa, la società civile è in posa
È la sua uniforme per una fotografia in bianco e
nero!”
MANA AGHAEE
Miele
“Ho sopportato
le punture più velenose per
succhiare le sue labbra
aveva giurato sulla coscienza degli
alveari di non aggredire
i fiori del mio foulard
Poi ha sbottonato
la mia camicia mescolandosi
a me proprio come ape che precipita
a testa in giù in
un bicchiere di miele.”
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