Le città silenti
Le pesanti e arrugginite porte della città si aprono sul viale principale che, ampio e generoso, accompagna la passeggiata del visitatore tra i giardini e le aiuole, curate e custodite da coloro che per la città lavorano. Dal viale si diramano le arterie del percorso, che facendosi più strette e sottili conducono ai quartieri più periferici. Le case appartenenti alle famiglie più abbienti e importanti si affacciano, come in ciascuna realtà urbana, sulla strada maestra che viene da queste coronata e impreziosita: le abitazioni infatti fanno sfoggio della ricchezza di chi le vive, testimoniando il valore attribuito a questa costruzione. I vialetti guidano verso alloggi più modesti, magari con meno decori e di dimensioni ridotte, in grado perciò di ospitare meno persone. C’è chi poi una villetta non se l’è potuta permettere, quindi si ritrova costretto a scegliere un posto più minuto, ma non per questo meno dignitoso, con altri condomini con cui condividere le mura.
Nella grande città, i cui abitanti aumentano di giorno in giorno, però regna il silenzio. All’infrangersi del vento su statue marmoree e fronde di alberi, gli unici suoni che si uniscono sono il cinguettio degli uccelli, lo stridere dei portoni aperti e i bisbigli di coloro che lì sono solo di passaggio. Le visite infatti animano la città con colori, profumi e parole portati in dono dai forestieri per i loro affetti che nel grande villaggio hanno trovato riposo.
È dai tempi più remoti che l’uomo attribuisce alla transizione dalla vita alla morte un valore elevatissimo, espresso tramite forme, riti e tradizioni che mutano e si evolvono abbracciando correnti e condizioni storico-sociali differenti.
Ed è proprio attraverso l’architettura funeraria che si dà pregio e materia all’importanza del ricordo. Il percorso che ha condotto alla realizzazione dei cimiteri monumentali, che oggi trovano spazio in corrispondenza dei centri abitati, fonda le sue radici in evoluzioni storiche, artistiche e morfologiche del ruolo fondamentale del sepolcro.
Dalle realizzazioni preistoriche, passando per le piramidi egizie, le necropoli, le tombe a camera micenee, fino ai sarcofagi e alle edicole etrusche e romane si giunge al periodo medioevale. Nel IX secolo la sepoltura era concessa all’interno delle città, in corrispondenza delle chiese, dove le figure più importanti della società trovavano riposo all’interno, al di sotto dei pavimenti, mentre la nobiltà si riservava una Cappella pagando la “Quarta funeraria”. I credenti di umili origini erano invece sepolti nei giardini circostanti la chiesa, da cui deriva il termine “campo santo”. Soltanto con l’Editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone nel 1806, si provvede alla regolamentazione delle sepolture; diventate ormai causa di condizioni igienico sanitarie estremamente scarse tra le mura delle città.
I cimiteri devono così rispettare dei vincoli precisi: essere distanti almeno 40 metri dal centro urbano, trovare spazio su terreni soleggiati e arieggiati limitando inoltre la disomogeneità delle lapidi, le quali avrebbero dovute essere tutte uguali. La rigidità delle regole imposte viene ampiamente piegata a una volontà sociale di identità e riconoscimento di una borghesia nascente o già affermata che anche, e forse soprattutto, nella casa eterna vuole manifestare la sua identità.
Le sembianze assunte dai nuovi cimiteri si plasmano così sulla base degli schemi tradizionali urbanistici, sviluppando perciò delle vere e proprie città fatte di viali, ingressi e muri perimetrali ornate da lapidi, edicole e cappelle. Le correnti artistiche e architettoniche influenzano anche la costruzione funeraria, che riporta quindi le impronte dei vari secoli: dall’ordine e dalla misura tipica del Neoclassicismo, al Verismo italiano e il Simbolismo, passando per il Romanticismo. È così che oggi i cimiteri monumentali italiani, ma anche europei, possono essere considerati dei veri e propri musei a cielo aperto.
l’Italia detiene il primato per il numero di cimiteri monumentali in Europa. Infatti, solo nel nostro territorio, se ne possono contare intorno ai 200, considerando i più famosi, come il Monumentale di Milano o il Verano di Roma, e quelli meno. A questi si aggiungono i cimiteri comunali, sfiorando un totale di circa 16mila distribuiti su 8mila comuni, differenti per dimensioni ed estensione.
I numeri e lo scorrere del tempo portano a riflettere sul destino di ciò che ne sarà di queste realtà, fatte di tradizioni e materia difficili da plasmare. Sì antepone, infatti, all’ampliamento di campi santi esistenti, o alla costruzione di nuovi, la sempre più diffusa scelta di adesione alla soluzione crematoria, portando alla luce diversi e nuovi interrogativi su come abbracciare le nuove necessità dell’uomo. Questa tecnica, già ampiamente diffusa in Europa ma anche in Nord Italia, è associata alla conseguente dispersione delle ceneri in luoghi prestabiliti, come aree riservate nei cimiteri, chiamate “giardini del ricordo”, ma anche in natura se consentito dal comune di riferimento. Ciò porta a valutare ampliamenti verdi nei cimiteri già esistenti, dove questo tipo di funzione possa essere esercitata, ma anche alla costruzione ex-novo di forni crematori, come quello introdotto nel Cimitero del Bosco a Stoccolma o il Crematorio Siegesem ad Aalst in Belgio, situato in un’ampia zona verde.
Nell’abbracciare una nuova concezione del campo santo, ormai forse necessaria, un esempio di rivisitazione cimiteriale in chiave urbanistica e sociale è il Neuer St. Jacobi Friedhof, nel quartiere di Neukölln a Berlino. Il drastico calo di tumulazioni nel campo santo tedesco, dovute per lo più alle nuove modalità di sepoltura, avrebbe potuto condurre ad un abbandono dell’area. Tuttavia i 7,5 ettari di giardino, ospitanti lapidi, cappelle e alberi secolari, sono stati in parte concessi dalla Chiesa Evangelica al Prinzessinnengärten, progetto berlinese di agricoltura urbana. Parte del grande giardino cimiteriale ospita oggi un orto comunitario e un caffè, trasformandosi perciò in un punto d’incontro e di scambio, promosso da workshop e mostre collettive che trovano spazio tra la vegetazione cimiteriale.
Nel tutelare la sacralità della fine, culturalmente monumentale e profonda, saremo in grado di definire, e quindi progettare, un nuovo spazio per ricordare? E nel farlo, riuscirà esso a coesistere con quanto precedentemente realizzato?
“Il Gran Kan dice: Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Marco Polo: - l’Inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Da Le città invisibili, Italo Calvino.