“I ragazzi ballavano alzando le gambe all’unisono, prima una e poi l’altra, ripetitivi fino all’alienazione, tenendo le braccia lungo il corpo, evitando di toccarsi, apparentemente attoniti ma consapevoli dello spazio intorno a loro, come in una parata militare totalitaria dove sono più importanti gli automatismi del battaglione che l’estro guerriero del singolo soldato. I barbari non ammettono complicazioni, pensai, e mi parve una cosa molto sensata”.
Questo è lo spettacolo che si svolge davanti agli occhi di Ivan Boscolo mentre assiste alla Festa del Solstizio d’Estate, un enorme rave di tre giorni organizzato dal sindaco di Milano nella città. Ivan è la voce del romanzo “E tutti danzarono” di Alessandro Bertante, il testimone dell’evento folle che sta accadendo durante la torrida estate milanese, raccontato attraverso la lente nostalgica delle passioni giovanili del protagonista in contrasto con la solitudine e la sofferenza delle nuove generazioni. È da questo conflitto generazionale che scaturisce la narrazione di ciò che accade nei giorni della Festa: quale presente è stato lasciato ai giovani di oggi, quale futuro si prospetta a loro e come si esprime lo stato delle cose? La risposta a queste domande sembra risiedere nell’allucinante danza dei ragazzi che prendono parte al rave milanese.
Ivan, che ormai ha cinquant’anni, ricorda di essere cresciuto in un tempo pregno di senso politico e ancora libero dalla pressante imminenza dei problemi tecnologici ed ecologici. Lui è stato un giovane che ha potuto credere nel futuro, mentre oggi “non c’è nessun’altra visione se non quella del mondo che muore”. Sono state le “generazioni del benessere convinte che la storia fosse finita” a lasciarsi raggirare dal mito della crescita che ci ha restituito un mondo moribondo e in cui ogni ambizione di cambiare lo stato delle cose è soffocata da un profondo senso di solitudine e impotenza. L’assopimento nella terribile ma rassegnata prospettiva di una società che non funziona, che va alla deriva e che soprattutto perde di senso fa chiedere al protagonista “da dove viene oggi la forza che crea la storia?”. Questo preoccupa Ivan: se importanti criticità sono state affrontate da ogni generazione, mai come ora, sembra, il senso di rinuncia e alienazione è stato tanto pervasivo e la coscienza giovanile tanto disillusa. A tal proposito, nel romanzo gli unici giovani a cui è attribuita la capacità di resistere all’isteria della danza sono gli anarchici, saldissimi nei loro ideali, e i maranza, motivati dal bisogno; l’indolenza di tutti gli altri non lascia loro scampo. Così migliaia di giovani convergono a Milano per partecipare al distopico rave che prende le forme delle distorsioni del presente: una moltitudine di individui vicini ma isolati gli uni dagli altri, incapaci di comunicare, assenti nel contesto, dai movimenti e dagli sguardi svuotati, distratti e oppressi dalla loro stessa danza. E oltre alla disumanizzante alienazione la danza ha un’altra decisiva caratteristica: una sorta di isteria, che fa ballare i ragazzi fino allo sfinimento, senza dar loro il tempo di bere, mangiare e riposarsi durante le roventi giornate estive milanesi e che, contagiosa, colpisce tutti i giovani che si appressano all’orda.
Ivan, allucinato dagli inspiegabili eventi a cui sta assistendo, cerca aiuto dall’amico e collega, professore di antropologia alla Statale, Alessio Slaviero e con lui discute della natura di questa folle danza. Il prof. Slaviero ricorda a Ivan quando nella storia è accaduto qualcosa di simile: è l’estate del 1518 e a Strasburgo un ballo isterico piaga l’intera città. Nella storia europea classica, medievale e moderna spesso si sono verificati casi di isterismo e danze collettive, legati a antichi rituali, all’uso di sostanze psicotrope, al digiuno prolungato, a varie suggestioni e soprattutto legati al grande caldo: “il caldo fa emergere tutta l’energia negativa, è un catalizzatore di tormenti, psicosi e maledizioni”. Tra questi eventi si distingue la Piaga del ballo di Strasburgo per il numero di persone che vengono coinvolte nell’isteria di massa. Sono oltre quattrocento i danzatori che per tre mesi ballano senza sosta, finché non cominciano a morire di attacco cardiaco, ictus, affaticamento. Non esistono fonti storiche affidabili riguardo alle cause scatenanti di un evento di simile portata, l’emotività legata a un fatto tanto sconvolgente e le circostanze culturali e religiose dell’epoca non permettono di risalire a motivazioni valide. Tuttavia è dato che in Alsazia, al tempo del Sacro Romano Impero ci siano forti tensioni politiche, si sia verificata una lunga carestia che fa tornare fame diffusa e malattie causate dalla denutrizione, abbia preso piede una terribile epidemia di sifilide. Si può così congetturare che la disperazione e la paura abbiano scatenato nelle persone più fragili di Strasburgo “uno stato di trance collettiva”. Sugli stessi termini Alessandro Bertante, nel suo romanzo immagina che una giovane umanità che non vede futuro per sé stessa, afflitta da una distorta coscienza collettiva sfoghi la propria frustrazione nella danza isterica di un rave distopico, rispondendo alla propria infausta condizione “come farebbe un essere umano vittima di un attacco di panico prolungato”. In “E tutti danzarono” il rave organizzato dal Comune di Milano, nelle forme di un mezzo di distrazione di massa, non libero e autogestito, non nato dalla indipendente e creativa sollecitazione giovanile diventa l’occasione in cui la sofferenza generazionale raggiunge un punto di rottura, esplode in una nevrosi collettiva che fa agitare i ragazzi in movimenti meccanici e ininterrotti che sembrano invocare disperatamente sollievo dall’agonia di questi tempi. E infine, sfiniti, crollano tutti al suolo, perché è l’unica cosa che resta loro da fare. “Questo stiamo vedendo, Ivan, un osceno maleficio causato da una forma estrema e generalizzata di malessere sociale prolungatosi negli anni e infine esploso in modo improvviso e dirompente”.
Quanto possiamo riflettere di noi stessi in questa sofferenza epidemica tra noi giovani di oggi? Quanto potete riflettere di voi stessi, nostri genitori, in questa colpa di esservi disinteressati e disimpegnati e di avercene consegnato i risultati? Chi ha la responsabilità di ciò che è successo e chi di ciò che verrà? Perché una responsabilità esiste. Ricordiamoci tutti la nostra umanità, in una società che urla d'essere salvata, in un mondo che brucia, in una cultura che perde i suoi riferimenti. Riprendiamo i ruoli che ci spettano di cittadini, riprendiamo coscienza e ritorniamo a scegliere.