“Ucronia” è un termine che pochi, pochissimi, hanno già sentito prima. Emmanuel Carrère, però, gli dedica un libretto nel 1986, immolandosi alla causa di leggere le poche e noiose opere di questo genere letterario che non ha avuto nessun successo, indagando anche le cause di questo esiguo riscontro con il pubblico. Diversamente dal suo genere fratello l’Utopia (che significa letteralmente “in nessun luogo”), chi la scrive immagina un mondo ideale proiettandosi nel futuro; genere che a differenza dell’Ucronia, ha avuto un enorme seguito nella letteratura e nel cinema, il che ha portato a numerosi studi a riguardo, tanto che esistono corsi universitari dedicati solo a questo tipo di opere.
L’Ucronia, invece (che significa “che non è in nessun tempo”) non è altro che una fantasticheria: il suo autore si occupa di cambiare un evento nel passato, immaginando per la storia un epilogo diverso. Come sarebbe andata la storia se, per esempio, Hitler non fosse mai nato? Se Mozart non fosse morto a 35 anni?
Racconta i fatti non per come sono stati, ma per come avrebbero potuto essere; ed è proprio a causa di quel “sarebbero potuti andare così” che lo scrittore Louis Geoffroy, al quale forse si può rimproverare di essere un fanatico, non è riuscito ad accettare che Napoleone perdesse a Waterloo e, provato dal rimpianto che lo stava consumando, crea un romanzo che è più simile a un manuale di storia, intitolato “Napoleone apocrifo. Storia della conquista del mondo e della monarchia universale”, in cui racconta, per filo e per segno, la vittoria di Napoleone a Waterloo e una serie infinita di vittorie improbabili, intrise di dettagli, date e nomi.
In questo manuale si trova il motivo per cui l’Ucronia è un genere che non ha mai avuto successo: chi la scrive, non la scrive per il pubblico, la scrive per sé stesso. Il rimpianto è così forte che lo scrittore si diletta riscrivendo la storia come sarebbe dovuta andare secondo lui. È un po’ come quando una partita di calcio finisce in parità e l’ultimo goal, che avrebbe fatto vincere la squadra per cui si tifa, viene dato come fuorigioco: ecco che le chiacchiere al bar per i giorni seguenti non sono altro che “avrebbero potuto vincere se solo non fosse successa questa cosa”. Il genere ucronico serve solo a dare allo scrittore una piccola consolazione che lo possa distogliere, per qualche tempo, dalla realtà delle cose a cui comunque prima o poi dovrà tornare; perché, purtroppo, l’Ucronia si può scrivere, ma non ha il potere di cambiare davvero il presente, eccetto che nei regimi totalitari.
I regimi totalitari hanno avuto, e hanno ancora, per davvero, i mezzi necessari per cambiare eventi passati: possono riscrivere interi libri di storia. In Unione Sovietica, per esempio, modificarono foto con Lenin insieme a nemici politici, per farli sparire. Oppure c’è La Corea del Nord di oggi, che ha plagiato un’intera memoria collettiva, convincendo i suoi cittadini che, nella guerra del 1950 tra Nord e Sud, loro fossero le vittime, istruendoli a odiare la Corea del Sud e, soprattutto, gli Stati Uniti, loro alleati; omettendo la vera causa del conflitto, ovvero l’invasione da parte della Corea del Nord verso il Sud con l’intento di sottomettere l’intera nazione.
Ora che abbiamo chiarito che cos’è l’Ucronia, vorrei spostare l’attenzione su un’altra questione. È curioso che questo sia un genere letterario che non ha avuto successo: l’ucronico scrive solo per sé stesso. L’essere umano vive rimpiangendo, vive fantasticando, immaginando una versione diversa di un amore finito, di un litigio, di scelte di vita diverse; e il rimpianto ci smuove, è qualcosa che riconosciamo e che ci dà fastidio.
La tattica ucronica è usata in tutti i discorsi di propaganda politica: “se ci fossimo stati noi al governo, avremmo fatto diversamente”. Questa espressione ci disturba, ci infastidisce, risveglia qualcosa, ed è per questo che questi discorsi politici funzionano.
Il fastidio di una cosa che non è andata come doveva è l’elemento chiave di tantissimi film e romanzi. Mi viene in mente “The Substance”, film uscito nel 2024, che ha disgustato chiunque l’abbia guardato: Elizabeth, una donna di cinquant’anni, sente di non essere più apprezzata, non è più giovane né bella come un tempo. Le viene consigliato un trattamento che dovrebbe ringiovanirla; decide di provarlo, creando così una versione più giovane e bella di sé, chiamata Sue. Ma questa nuova versione non può coesistere con Elisabeth, e presto Sue inizia a sottrarre energia vitale alla donna reale. Elizabeth si ritrova così a invecchiare rapidamente, diventando irriconoscibile. La frustrazione dello spettatore nasce dal vedere la situazione degenerare, dalla consapevolezza che ormai non si può tornare indietro, e dal disagio di assistere a una trasformazione irreversibile.
È così che l’autore di gialli Thilliez fa soffrire il lettore, quando fa ritrovare una ragazza morta solo da poco: se il protagonista avesse colto un dettaglio giusto qualche pagina prima, non sarebbe successo l’irreversibile.
Quando chiudiamo il libro o usciamo dalla sala del cinema, i nostri pensieri continuano a immaginare diversi scenari; la mente torna instancabilmente al momento in cui è accaduto l’evento che ha fatto precipitare la situazione, va a cercare minuziosamente l’istante esatto “in cui tutto sarebbe stato diverso”, lo individua e lo rimpiange. Così facciamo con le nostre vite reali, immaginando e reimmaginando: passando allo scanner le nostre decisioni e come avrebbero dovuto essere con la nostra consapevolezza di oggi, o peggio, come avrebbero potuto essere. Come Novecento, il protagonista di uno dei libri di Baricco, che per tutta la vita vive su una nave, noi viviamo senza i piedi per terra.
È inevitabile: come gli esploratori cercano nuovi mondi, noi esploriamo i diversi mondi del nostro passato, rimanendo tra le pareti della mente. L’Ucronia è sempre dentro ognuno di noi; ascoltiamo troppo, sempre, costantemente, fino a stancarci la nostra storia, cambiandola, distorcendola per darci seconde chance e infinite possibilità ma non badiamo a quella degli altri, severi giudici irremovibili sulle azioni e decisioni altrui.