Frank McCourt, scrittore del Novecento, nasce a New York, ma la sua famiglia si trasferisce poco dopo in Irlanda. È qui a Limerick che cresce, nel Paese Verde, dove vive insieme alla madre e ai suoi fratelli, ma con un padre assente, e con una sola costante non lascia mai andare la loro quotidianità: la povertà.
È un uomo che incarna il senso delle parole “sogno” e “sacrificio”, un uomo cui buon sangue non mente e quindi non perde occasione per bere una birra fresca, un uomo che non ha paura di sentirsi ancora un bambino, pur avendo la consapevolezza di essere un adulto, un uomo che lotta con ciò che desidera e ciò a cui invece la vita lo costringe.
Esordisce nel mondo della letteratura a 66 anni con il romanzo autobiografico “Le ceneri di Angela” in cui racconta della sua infanzia a Limerick; segue con “Che paese, l’America” in cui narra della sua vita a 19 anni, dopo essere sbarcato a New York; conclude con “Ehi, prof!”, esponendo le sue introspezioni sulle difficoltà che sono radicate – e non – nel voler essere un buon insegnante.
Ci trasporta nei suoi libri lungo il cammino della sua vita e lo fa con uno stile lento, autoironico, malinconico, curato e mirato ai dettagli su cui desidera che il lettore si soffermi. Si presenta e si racconta in modo dolcemente crescente, un po’ come se ci invitasse a visitare un ideale “museo della storia di McCourt”, nel quale ci troveremo ad essere a volte turisti, a volte spettatori, a volte suoi amici, seguendo passo per passo il percorso della sua esperienza. Una volta usciti da questo museo, proverete per lui una profonda ammirazione.
Ora, voglio spendere due parole sul suo secondo libro “Che paese, l’America”, meta che viene presentata fin dall’alba dei tempi come luogo in cui, appunto, “tutto è possibile”. Vi pongo dunque una domanda: è davvero così?
Frank descrive la realtà statunitense con occhi ben distanti da quelli con cui quest’ultima ci viene presentata in tv, sui social, sui giornali. Parla dell’altra faccia della medaglia, forse di quella più vera.
Si tratta di un’America che emargina chi è culturalmente diverso, chi non nasce e non cresce agiatamente in questa terra, chi ha un colore di pelle differente, chi ha uno status sociale che non gli permette di indossare tutti i giorni giacca e cravatta e di mangiare nei ristoranti più lussuosi, chi ha un accento lontano da quello americano, come quello irlandese dell’autore, per cui viene più volte preso in giro.
Un Paese in cui vige l’ipocrisia, vige il dio denaro; un Paese che non ti accoglie, ma al contrario mette a dura prova la tua dignità. Un Paese in cui il sogno dell’autore sembra diventare giorno dopo giorno sempre meno che la realtà.
“New York era la città dei miei sogni ma ora che sono qui i sogni sono finiti e New York non è per niente come l’aspettavo”.
“Ma Limerick mi ripiombava nel passato”.
Si tratta dunque di un’illusione al tempo stesso personale e collettiva, un sogno lontano venduto ai “disperati in cerca di fortuna”. Questi romanticizzano i sacrifici a cui sono inevitabilmente sottoposti, e il loro romanticizzare nasce dal fatto che non possono – o non vogliono – ammettere a loro stessi di essere stati truffati, ingannati da quel “Paese delle opportunità” che si rivela essere una grande bugia, una forma di distopia reale e quotidiana. Ma ciascuno di loro in fondo lo sa bene, anche il caro Frank.
E oggi? È davvero così? Esiste ancora una pubblicità statunitense che maschera la fatica di chi crede in sé stesso e nei propri obiettivi? Che promette di migliorare la tua vita e metterti davanti a innumerevoli possibilità di scelta e benessere, presentandoli come facili e veloci da raggiungere?
Pare forse che la realtà attuale non sia troppo distante da quella vissuta dal giovane McCourt, dov’erano protagoniste le mancanze di rispetto ed empatia. Basti pensare, senza andare troppo lontano negli anni, alle decisioni politiche adottate in senso restrittivo nei confronti dell’immigrazione – e non solo.
Si noti perciò come un Paese riesca a vendere irreali realtà e finto perbenismo, studiando attentamente come fingersi qualcun altro, mostrandosi all’apparenza decoroso, accogliente, organizzato, libero, ma insabbiando temi importanti e costanti come la lotta per l’uguaglianza, che lotta non dovrebbe essere.
“Chissà com’è che in tutti quei film la gente sventola la bandiera a stelle e strisce e si mette la mano sul petto dichiarando a tutto il mondo che questa è la terra della libertà e la patria del coraggio”.
Pur ammettendo che ciò sia vero, resta il fatto che sia un Paese che presenta risorse ed opportunità, sebbene difficili da raggiungere. Dunque il punto è: ne vale la pena? Dico questo poiché ci tengo a riportare l’attenzione dell’uomo, che tende per natura facilmente a distrarsi, sulla visione che ha del mondo che lo circonda: un mondo diviso tra prede e predatori, un mondo che ha tanti “Cappuccetto Rosso” quanti “lupo cattivo”.
Il mio è un invito a rimanere razionali, e ciò non significa dover sopprimere i propri sogni, ma sognare veramente ad occhi aperti. Certo è che non bisogna vedere tutto con sfumature maliziose o spegnere le speranze che si accendono dentro di noi, piuttosto sviluppare la capacità di proteggere noi stessi e chi ci sta accanto, proprio come ci insegna McCourt.
Tanto è vero che egli, dopo essere stato sballottato per anni tra lotte e sacrifici, riesce a farsi accettare nella società newyorkese: diventa un’insegnante, non prova più vergogna dell’essere un irlandese cattolico sbarcato nella Grande Mela, e può finalmente passeggiare per le vie della città senza più chinare la testa, senza nascondere il suo sorriso, senza più ricevere sguardi giudicanti per i suoi vestiti stracciati, i capelli rasati o gli occhi rossi.
Quella fortuna con cui ha giocato così tante volte a “testa o croce”, e con la quale spesso perdeva, alla fine gli sorride. Raggiunta però, a gioco finito, si rende conto di ciò che l’America gli ha dato, e di ciò che soprattutto gli ha tolto. Anche se lo vorrebbe, non riesce a togliersi l’amaro in bocca, ed è giusto così. Frank rimane pur sempre un sognatore, ma senza più aspettative.
Frank ha visto entrambe le facce della stessa medaglia, e che tu vinca o che tu perda, l’America ti farà pagare sempre il conto, più la mancia!