Quando i regimi temono la danza
Quando i regimi temono la danza
Immagina ballare senza muovere un solo muscolo. Niente passi, niente musica, niente corpo che vibra nello spazio. Solo parole, solo voce. È quello che accade in “We came to dance”, spettacolo scritto dalla drammaturga iraniana Nasim Ahmadpour. Gli interpreti in scena descrivono una coreografia che non possono eseguire. Raccontano i movimenti che non possono compiere. Descrivere i movimenti di una coreografia immaginata senza danzare è la risposta alla domanda “Cosa significa essere un danzatore, in un paese dove danzare è vietato?”. In Iran, dopo la Rivoluzione islamica del 1979, danzare è diventato un atto sospetto. La danza è stata progressivamente esclusa dallo spazio pubblico. Considerata potenzialmente corruttrice e moralmente pericolosa. Nelle dichiarazioni attribuite a Ruhollah Khomeini, la danza era associata alla corruzione dello spirito e alla promiscuità.
Quanta carica significativa ha un corpo che danza?
Non è solamente un corpo presente nello spazio pubblico. É un corpo che sceglie di muoversi e di esporsi. Che produce senso attraverso il ritmo. La danza non è solo estetica: è una forma di presenza politica. È libertà visibile. Il corpo, infatti, non significa soltanto attraverso la sua presenza o assenza, ma anche attraverso la qualità dei suoi movimenti. Ed è proprio questa dinamicità a diventare, in determinati contesti, un problema per il potere.
Il controllo dello Stato sul corpo è un controllo che agisce in profondità, intervenendo sul codice morale e comportamentale dei cittadini. Michel Foucault chiamava tutto questo “biopolitica”: il potere che non governa solo territori, ma disciplina i corpi, la sessualità, la riproduzione ed i comportamenti delle singole persone. Descrive la prossimità tra istituzioni e vita individuale.
In Iran questo controllo colpisce soprattutto le donne. La questione non è solo artistica, ma di genere: chi può essere visibile? Chi può abitare lo spazio pubblico con il proprio corpo?
Eppure, la pulsione al movimento non si spegne. Cambia forma o cambia luogo.
Alcuni artisti, per rimanere attivi, hanno dovuto modificare i propri codici espressivi: eliminare riferimenti alla sensualità, evitare contatto fisico tra uomini e donne, trasformare la danza in “movimenti ritmici”. Non è casuale che alcune istituzioni abbiano adottato questa definizione per poter continuare a esistere legalmente. Il linguaggio stesso viene riformulato per sopravvivere. Non tutti hanno compiuto questa scelta. In alcuni casi la danza si è spostata nell’ombra: nelle case private, nei raduni tra amici, nelle reti informali. Nasce così una frattura tra arte pubblica e arte clandestina.
Ma la danza, per sua natura, è irripetibile: accade in un tempo e in uno spazio precisi. Esibirsi in uno spazio adibito a ciò non è equivalente a farlo in un luogo “ritagliato” illegalmente. Il valore simbolico del gesto è ben diverso.
Per molti invece l’unica alternativa è l’esilio. È il caso di Ahmad Joudeh, nato da madre siriana e padre palestinese, oggi danzatore negli Stati Uniti, che ha tatuato sulla nuca, esattamente dove i boia islamici affondano la lama per decapitare i prigionieri, la frase “Dance or die” dopo aver ricevuto minacce dall’Isis per aver insegnato danza ai giovani. È anche la scelta di numerosi artisti iraniani che trovano altrove lo spazio per esprimere ciò che nel proprio paese è limitato.
In questi contesti, la danza oltre ad essere arte, diventa un gesto politico di disobbedienza. Non necessariamente perché veicoli un messaggio esplicito, perché un corpo che si muove liberamente è già una frattura nell’ordine imposto.
Come scrive il poeta persiano Rumi: “Dancing is not just getting up painlessly, like a leaf blown on the wind; dancing is when you tear your heart out and rise out of your body to hang suspended between worlds”. Quando un regime teme la danza, teme un corpo che non si lascia immobilizzare. Ne teme la sua imprevedibilità, che è poi l’imprevedibilità della libertà.