Quante volte al giorno scorri contenuti senza neanche pensarci? Ogni volta che apri un social, un’app di intrattenimento, un sito o persino un’email, stai a tutti gli effetti consumando un contenuto. Senza nemmeno rendercene conto, ognuno di noi durante la propria giornata è partecipe di questo grande evento collettivo del consumo, che in media ci ruba sei ore al giorno. E non solo consumiamo, ma produciamo anche. Per ogni contenuto consumato, produciamo dati, molti dati. Ogni dato viene rigorosamente registrato, conservato e successivamente analizzato e riutilizzato.
Come questo processo avvenga all’interno dei misteriosi e ultra-sorvegliati server delle grandi Big Tech del pianeta, non ci è dato saperlo. In effetti, si sa ancora molto poco riguardo il funzionamento degli algoritmi di colossi come Meta, Google o Amazon. Ciò che spesso viene recriminato a queste aziende è proprio la poca trasparenza sul modo in cui i nostri dati vengono costantemente raccolti, studiati e trattati. Gli algoritmi come quello della “ricerca” di Google o del feed di Instagram sono costantemente perfezionati e migliorati proprio sulla base dei nuovi dati che ogni secondo vengono inghiottiti nelle profonde gole di internet.
L’obiettivo dichiarato di queste aziende è di fornire contenuti sempre più personalizzati e adattati alle nostre preferenze. Per fare ciò, gli algoritmi hanno bisogno dei nostri dati di consumo. Enormi quantità di dati su cosa seguiamo e guardiamo vengono ingurgitate quotidianamente dagli algoritmi e risputati sotto forma di “Suggerimenti”. Non si tratta però solo della quantità dei dati, ma anche della loro qualità.
L’analisi, infatti, è così maniacalmente dettagliata da studiare anche pochi secondi persi su un breve e inutile reel di Instagram. La nuova intelligenza artificiale di Meta che da un giorno all’altro è comparsa sui cellulari di tutti gli utilizzatori di social come Whatsapp e Instagram è stata lanciata proprio con lo slogan “più sociale, intuitiva e personalizzata”. Come tutti gli algoritmi e le intelligenze artificiali, anche Meta AI è affamata di dati.
I dati possono essere utilizzati per personalizzare l’offerta contenutistica in diversi modi. L’industria dell’intrattenimento investe da anni nella personalizzazione dei contenuti attraverso il modello dell’on-demand, oggi abbracciato dalla stragrande maggioranza delle principali piattaforme di streaming online. Grazie all’on-demand l’utente può decidere liberamente cosa guardare in qualsiasi momento. Un’azienda come Netflix è stata in grado di fare di più: raccogliendo i dati sulle preferenze dei propri utenti, Netflix ha compreso quale tipo di contenuti sarebbe stato più apprezzato dal pubblico e ha quindi potuto investire in modo più efficiente le proprie risorse.
Un esempio concreto è il film Red Notice (2021), prodotto da Netflix con un budget di circa 200 milioni di dollari, uno dei più alti mai investiti dalla piattaforma. Il film è stato pensato proprio sulla base dell’analisi dei dati raccolti dagli utenti, ed è diventato uno dei contenuti più visti nella storia della piattaforma: 230,9 milioni di visualizzazioni e oltre 364 milioni di ore di visione nei primi 28 giorni dal rilascio.
Gli stessi dati sono inoltre utilizzati da Netflix per ottimizzare la propria interfaccia dei “suggerimenti”, adattandola per ogni singolo utente a seconda dei suoi personalissimi gusti. Tuttavia, questo sistema, a lungo andare può avere effetti negativi sull’esperienza dell’utente, il quale sarà spinto dalla piattaforma a consumare contenuti sempre più simili tra loro, all’interno di una “comfort zone” di consumo. Un giorno per le grandi aziende dell’intrattenimento potrebbe essere più conveniente smettere di utilizzare attori e scenografie reali: interi film e serie tv potrebbero essere generati attraverso l’IA sulla base dei gusti di ogni singolo spettatore, in modo che ognuno possa avere la propria personalissima esperienza. Unendo dati e algoritmi, la personalizzazione dei contenuti potrebbe diventare assoluta. E a noi, forse, potrebbe anche andar bene.
La personalizzazione dei contenuti è evidentemente un tema controverso. Da un lato, desideriamo vedere ciò che ci piace e sarebbe frustrante veder comparire sulla nostra pagina home contenuti che non ci interessano. Dall’altra, una personalizzazione eccessiva dei contenuti nasconde enormi rischi che vanno molto oltre l’industria dell’intrattenimento. Alcuni studiosi, tra cui Domenico Palano nel suo libro Bubble Democracy, hanno sottolineato che un’eccessiva personalizzazione di contenuti politici potrebbe avere effetti drammatici sui sistemi democratici del pianeta.
A causa della progressiva personalizzazione della nostra esperienza online potremmo arrivare ad entrare in contatto solo ed esclusivamente con contenuti che ci dicono esattamente quello che vogliamo sentirci dire. Nulla, infatti, dà più soddisfazione di trovare qualcuno che dia conferma alle nostre opinioni, mentre al contrario vedere le nostre idee messe ragionevolmente in discussione ci provoca una sensazione di disagio. Per questo motivo tendiamo a preferire, spesso inconsciamente, quelle voci che sono in linea col nostro pensiero: è il cosiddetto meccanismo delle “echo chamber”, “stanze dell’eco” in cui rimbombano sempre le stesse voci che ripetono sempre le stesse cose.
La naturale conseguenza di un habitat informativo di questo tipo è che il pubblico tenderà a dividersi in compartimenti stagni, vere e proprie “bolle” comunicative profondamente autoreferenziali, chiuse e indisposte nei confronti di ciò che sta all’esterno. È questa la “bubble democracy” di cui parla Palano: un sistema politico frammentato, profondamente polarizzato, in cui ognuno è incapace di comprendere “l’altro” perché vive nella propria “bolla”, le cui pareti offuscano ciò che sta all’esterno e le voci assordanti che vi rimbalzano e rimbombano all’interno sono troppo numerose, simili e rumorose. Il rischio, quindi, è quello di un radicale ripiegamento del pubblico verso le proprie opinioni, nonché una progressiva tendenza all’incomunicabilità reciproca tra individui che la pensano diversamente. Ma questo non è solo un rischio: è già realtà.
Ognuno di noi vive già all’interno della propria “bolla” senza rendersene conto. Gli algoritmi ce l’hanno silenziosamente costruita attorno, su misura per ciascuno di noi. Questa “bolla” è fatta di contenuti che ci rassicurano, che riconfermano l’opinione che già avevamo, che insomma ci lasciano all’interno della nostra comfort zone (o forse, lì è dove ci rinchiudono). È facile capire come i social, che sono sempre più una fonte primaria per l’informazione di tutte le società digitalizzate, possano essere facilmente in grado di manipolare il flusso delle notizie, scegliendo con cura cosa mostrarci e come farlo. Gli effetti sulla politica non possono che essere devastanti.
La polarizzazione del voto, il ricorso a linguaggi e metodi sempre più aggressivi e antagonisti, l’avvento di nazionalismi e populismi e il dissolversi del dialogo politico sono sintomi di una profonda crisi della democrazia occidentale. Cosa succederà quando le Big Tech saranno in grado di sprigionare il vero potenziale unito di Big Data, IA e personalizzazione? Cosa succederà quando ognuno di noi avrà contenuti completamente personalizzati, al punto da non essere più in grado di comprendere le idee nemmeno di chi gli sta più vicino? Non possiamo sapere fino a che punto questo processo potrebbe spingersi in futuro, ma il vertiginoso progresso di queste nuove tecnologie lascia credere che questa prima fase sia solo l’inizio di un’esperienza digitale “sempre più sociale, intuitiva e personalizzata”. Morbosamente personalizzata.