Sarebbe bello poter dire che le distopie – per lo meno quelle letterarie – siano frutti autentici dell’immaginazione dei loro autori, partorite con straordinaria creatività e slegate da ogni riferimento reale. Purtroppo, però, per quanto fantasiosi fossero scrittori come George Orwell, si sono sempre ispirati a ciò che vedevano nel mondo che li circondava. Quello che facevano era esagerare, esaltare quei tratti fino a renderli surreali (ma non impossibili). Prendiamo, per l’appunto, forse il più noto romanzo distopico contemporaneo: 1984.
Pubblicata nel 1949, l’opera descriveva una società e un sistema politico basati su stereotipi antidemocratici, antiliberali, antietici. Se George Orwell nominò i ministeri con ironiche contraddizioni, come “Ministero della Pace” – che alimentava una guerra continua per mantenere il controllo sui suoi cittadini – oggi non si cerca nemmeno più di nascondere i fini discutibili (se non deplorevoli) di certe azioni politiche. È noto che in qualsiasi regime politico della storia il potere voleva dare un’immagine positiva di sé, delle sue istituzioni e dei suoi protagonisti (diritti e welfare potevano attendere). La comunicazione è importante quando governi, ma è indispensabile quando vuoi muovere guerra.
Negli ultimi 150 anni, tra rivoluzioni industriali e un progressivo peso dell’opinione pubblica, i capi di Stato dovettero fare propri elementi iconografici e retorici che li potessero legittimare. Se a Luigi XIV bastava incidere sui suoi cannoni “ULTIMA RATIO REGUM” – “ultima risorsa del Re” – per comunicare saggezza e necessità, ai dittatori contemporanei serviva e serve la divisa militare e nomi fantasiosi per le proprie istituzioni – come “Gran Consiglio” o “Leader Supremo”. Parate di bombe atomiche sfilanti tra i soldati e film propagandistici furono altri mezzi di convinzione di massa. E così, su questa scia, il 5 settembre scorso, quello che viene gergalmente chiamato “Pentagono” ha ripristinato il suo antico nome, risalente a fine diciottesimo secolo: “Dipartimento della Guerra”.
Ora, il dubbio sorge spontaneo. Che Orwell abbia fiutato l’ipocrisia di quello storico cambiamento, caricaturizzandola nel suo romanzo?
Dopo la Seconda guerra mondiale gli USA hanno ribattezzato il loro dicastero militare da “guerra” a “difesa”, come è chiamato ancora oggi in quasi tutti i paesi. Scelta storica, anche se coerente col momento di maggior desiderio di pace nella storia recente. Lo dimostrano la nascita delle Nazioni Unite, l’integrazione europea, con la CECA e poi la CEE (comunità europee economico-industriali, per "rendere la guerra in Europa sconveniente per tutti”; spoiler: ha funzionato), le Nazioni si disarmavano, le nuove Costituzioni rinnegavano la guerra se non per uso strettamente difensivo (vedi art. 11 Costituzione Italiana, o le Carte di altri paesi vinti in quella guerra). Ancora, il processo di Norimberga (1945-1946) ci ha lasciato nuovi standard, per mettere nero su bianco ciò che l’umanità può ancora tollerare e ciò che, per lo meno all’apparenza, doveva scomparire dagli usi degli eserciti. Poi, nel ‘49 venivano firmate le Convenzioni di Ginevra, che introdussero nuove regole nei combattimenti.
È in questo clima di rinascita e di disciplinamento internazionale che gli States hanno deciso di rinunciare a quella parola, per lo meno simbolicamente, per incentivare l’abbandono dell’uso della forza. Nei mesi scorsi, il presidente Trump ha deciso di calare la maschera e ristabilire apertamente gli obiettivi della sua America.
È lampante il paragone tra questo particolare di 1984 e il nuovo (vecchio) nome del ministero americano, ma non è l’unico esempio della veloce distopizzazione della politica americana.
Il recente ribaltamento della piramide alimentare, con la condanna dei vaccini e la “war on gay fat kids”, tutte perle del Segretario della Salute Robert Kennedy Jr. sono solo le ultime manifestazioni di un processo ben più ampio, che possiamo riassumere con una parola: lassismo, il nostro.
Certo, esistono numerosi gruppi indignati che protestano, e infatti vengono subito etichettati come pericolosi radicali. Questo perché sono una netta minoranza, specialmente in America, rispetto alla media che, per l’appunto, lascia fare. Vari approcci, stesso risultato: le più sconcertanti notizie, quelle veramente incredibili, vengono considerate fake news dai pigri; chi invece si cimenta in un fact-checking, scoprendo che, per esempio, è vero che la vedova Kirk fa la showgirl impanata di lustrini in stadi allestiti a concerto, si fanno una risata. I più seri, invece, rimangono a bocca aperta. E quei pochi rimasti che non riescono a stare zitti, scendono in strada. Ma la malattia è ormai nell’organismo, peggiora in continuazione e si insinua in famiglia, tra i colleghi e tra gli amici. Il laissez-faire della cittadinanza si insinua subdolamente nel tessuto democratico, sfruttando un meccanismo a suo favore: la gente, purtroppo, ha altro a cui pensare. Chissà se quando avremo finito di pensare a questo “altro” ci sarà rimasto del tempo per pensare a libertà e giustizia.